Meditazione VII

Negli anni, immagino possa accadere a chiunque, rivisitando con la memoria le proprie letture, di confondere e mescolare vicende e destini dei personaggi incontrati. Ne risultano sovente dei veri e propri abomini romanzeschi, assolutamente originali.

Si capisce: non è affatto verosimile che Don Chisciotte pugnali in duello il Conte Paride, o che Don Abbondio si trovi a disputare di questioni teologiche in compagnia di Ivan Karamazov. Può invece capitare che quel tale mužik incontrato dal Čičikov smarrisca ogni contorno per perdersi nello stesso calamaio da cui, presto o tardi, sgorgherà un contadino di Ambricourt, o un paisano di Monterey.

Nel mio caso, non solo le vicende si confondono con estrema facilità, ma un intero nembo di incertezza sembra avvolgere ogni lettura. Fino a qualche anno fa, potevo ripetere mentalmente, e con ottima approssimazione, una paginetta di qualche romanzo della mia crescita, o quantomeno alcuni passaggi di rilievo. Più di recente, di molti libri mi rimane un ricordo che potrei accomunare all’immagine residua che sosta sulla retina, al termine di un’esposizione prolungata. Oppure a un sapore, un odore, un riferimento sensoriale che so giudicare come piacevole o spiacevole, anche a distanza di tempo.

Mi resta, insomma, un emblema del romanzo appena concluso, sovente nei termini di una percezione o intuizione sommaria, con cui posso se non altro identificare il libro come nutriente per il mio intelletto e la mia coscienza, oppure assolutamente inutile; spassoso e intelligente, o invece piatto e scialbo.

Pochi giorni fa, sono tornato all’episodio del Palinsesto del Cervello Umano che Thomas De Quincey inserisce nella sua opera Suspiria De Profundis. E per non smarrirlo ancora una volta – o per poterlo ritrovare con maggior agio – ne richiamo qui un passaggio che ritengo significativo:

“Sì, lettore, infinite sono le misteriose calligrafie del dolore e della gioia che hanno scritto successivamente sul palinsesto del tuo cervello; e, come le foglie annuali delle foreste aborigene, o le nevi dell’Himalaya che mai si squaglieranno, o come luce che scende su altra luce, gli strati infiniti si sono coperti a vicenda nella dimenticanza. Ma nell’ora della morte, nella febbre e nelle ricerche condotte in preda all’oppio, tutti possono riviverle nel loro fulgore. Non sono morte, sono solo dormienti.

Nell’esempio di un palinsesto da me immaginato dal caso del pаlinsesto di qualcun altro, la tragedia greca sembrava essere stata sostituita, ma in realtà non lo era, dalla leggenda monastica; e la leggenda monastica appariva sostituita, senza esserlo affatto, dal romanzo cavalleresco. Basta qualche potente spasmo dell’organismo perché tutto ritorni al suo stadio originario. Il romanzo confuso, la luce appannata dal buio, la semi-favolosa leggenda, la verità celeste mescolata all’umana falsità svaniscono da soli con l’avanzare della vita. Il romanzo adorato dal giovane viene distrutto; la leggenda che illuse il ragazzo se n’è andata via; ma le più profonde tragedie dell’infanzia, quando le mani del fanciullo furono divelte per sempre dal collo della madre o le sue labbra allontanate permanentemente dai baci della sorella, queste rimangono latenti sotto ogni cosa e pronte all’agguato fino all’ultimo.”

Rivista In Sospeso potrebbe divenire un foglio bianco su cui ricopiare una piccola parte di ciò che la lettura incide, di volta in volta, sul palinsesto del mio cervello. Insomma, un luogo in cui ritrovare, ben catalogati, passaggi ed episodi che altrimenti mi sfuggirebbero con enorme facilità.

Di tutte le qualità che mi mancano, una memoria ferrea e ordinatrice, da perfetto bibliotecario, sarebbe infatti quella che più mi gioverebbe. Non avendola, mi limito a riportare faticosamente alla luce qualche rigo, sovente con l’aiuto di vecchie sottolineature. I segni lasciati a matita mi vengono in soccorso come farebbe una fotografia, nel ricostruire soprattutto ciò che si cela oltre l’inquadratura.

Come su un unico breve lembo di pergamena, le parole dei libri letti fino a oggi si adagiano l’una sull’altra, confondendosi in una sinfonia che mi è familiare quasi per istinto e che mi guida nel quotidiano. Quanto di irrazionale e di spontaneo vi sia nella fruizione artistica è materia per ben più alte professionalità; ma appare evidente come la letteratura eserciti la sua funzione anche oltre la comprensione — e dunque oltre la memoria — di chi ne usufruisce.

Da qualche parte dove si perde la memoria, sono convinto che resti una traccia indelebile. La si riconosce quando alcuni sentimenti, provati per la prima volta in vita, ci sembrano il calco di qualcosa già incontrato sulla pagina. Così scriveva Trockij, nei suoi ricordi di gioventù:

“La mia giovane passione di vedere, di sapere, di superare, la sfogavo divorando senza posa righe stampate. Tutti i futuri avvenimenti della mia vita, i lieti, i tristi, i travolgenti, tutti li avevo già vissuti nelle mie letture, dove m’erano apparsi come ombre, come promesse, lievi schizzi a matita od acquerelli.”

E senza volerlo ritorno sempre alle citazioni, affidando ai grandi il compito di dare voce e compimento a quel timido abbozzo di pensiero che pubblico qui, in assenza di nuovi Racconti In Sospeso. D’altronde, tutto è memoria: anche ciò che, per noi, silenziosamente ha cessato di appartenerle.