I. Il segreto rivelato
Era notte. Nel vecchio e grandioso castello feudale di Klugenstein regnava il silenzio. L’anno 1222 volgeva al termine. Lassù, nella torre più alta del castello, brillava solitaria una luce. Lì si stava svolgendo un consiglio segreto. Il vecchio e truce signore di Klugenstein sedeva pensieroso su un alto seggio. Dopo una breve pausa disse, con tenero accento:
– Figlia mia!
Un giovane di nobile aspetto, rivestito da capo a piedi di una cotta di maglia, rispose:
– Parlate, o padre!
– Figlia mia, è arrivato il momento di svelare il mistero che è stato l’enigma di tutta la tua giovane vita. Sappi, dunque, che esso nacque dalla vicenda che sto per raccontarti. Mio fratello Ulrico è il granduca del Brandemburgo. Nostro padre, sul letto di morte, decretò che, se a Ulrico non fosse nato un figlio maschio, la successione dovesse passare al mio casato, purché nascesse un figlio maschio a me. Inoltre, nel caso che né l’uno né l’altro di noi avesse figli maschi, ma solo femmine, la successione sarebbe toccata alla figlia di Ulrico, se si fosse conservata pura; se no, sarebbe toccata a mia figlia, purché avesse mantenuto un nome senza macchia. E quindi io e la mia vecchia moglie qui presente pregammo con fervore affinché ci venisse accordata la grazia di un figlio; ma la preghiera fu vana. Nascesti tu. Ero disperato.
Vedevo sfuggirmi di mano l’ambito premio e svanire il mio splendido sogno! E avevo tanto sperato! Da cinque anni Ulrico era sposato e ancora sua moglie non gli aveva partorito eredi, né dell’uno né dell’altro sesso. “Ma, un momento!” mi dissi, “non tutto è perduto”. Uno stratagemma salvatore mi aveva attraversato per il cervello. Tu eri nata a mezzanotte. Solo il cerusico, la levatrice e sei ancelle erano a conoscenza del tuo sesso. Li impiccai tutti quanti prima che fosse trascorsa un’ora. Il mattino dopo tutta la baronia fremeva di gioia alla proclamazione che era nato un figlio a Klugenstein, un erede al possente Brandemburgo! E il segreto è stato ben custodito. La sorella di tua madre in persona curò la tua infanzia, e da quel momento in poi non avemmo più timori. Quando compisti dieci anni, nacque a Ulrico una figlia. Ne fummo dispiaciutiti, ma sperammo nei buoni risultati della rosolia, dei medici e di altri nemici naturali dell’infanzia; e però rimanemmo sempre delusi. Visse e prosperò… cada la maledizione del cielo su di lei! Ma non fa niente. Noi siamo al sicuro. Poiché, ah, ah!, non abbiamo noi forse un figlio? E non è forse nostro figlio il futuro duca? Non è così, o nostro beneamato Corrado? Poiché per donna ventottenne che tu sia, figlia mia, nessun altro nome all’infuori di questo ti è mai stato dato.
Ora capita che il tempo abbia fatto pesare la sua mano su mio fratello, che si sta spegnendo pian piano. Occuparsi dello Stato gli è pesante, e desidera quindi che tu vada da lui e sii già duca di fatto, seppure non ancora di nome. I tuoi servi sono pronti; tu ti metterai in cammino stasera. Ora, ascolta bene. Ricorda parola per parola quello che io ti dico. C’è una legge, antica quanto la Germania, per cui una donna che sieda anche un solo istante sul grande seggio ducale prima di essere stata definitivamente incoronata in presenza del popolo, DEVE MORIRE. Dunque, ascolta le mie parole. Fingi umiltà. Pronuncia i tuoi giudizi dal seggio del primo ministro che è ai piedi del trono. Fai questo fino a quando tu non sarai incoronata e al sicuro. E’ improbabile che il tuo sesso venga mai scoperto, ma fa parte della saggezza il rendere le cose il più sicure possibile in questa traditrice vita terrena.
– Oh, padre mio! E’ dunque per questo che la mia vita è stata una menzogna? Fu dunque con questo scopo, che io defraudassi dei suoi diritti la mia innocente cugina? Oh, risparmiatemi, padre, risparmiate vostra figlia!
– Come, donna! E’ questa la ricompensa per l’augusto destino che il mio cervello ha fabbricato per te? Per le ossa di mio padre, questo tuo sentimento di debolezza mal si accorda col mio umore! Vai immediatamente dal duca, e bada di non intralciare i miei piani!
Questo fu il nocciolo di quella conversazione. A noi basti sapere che le preghiere, le suppliche e le lacrime della tenera fanciulla non servirono a niente. Né questo né altro riuscì a commuovere il vecchio testardo signore di Klugenstein. E così, alla fine, con il cuore pesante, la figlia vide le porte del castello richiudersi dietro di lei, e si trovò a cavalcare nel buio, circondata da una signorile schiera di vassalli armati e da un buon seguito di servi. Dopo la partenza della figlia, il vecchio barone rimase seduto in silenzio per molti minuti, e quindi si rivolse alla sua triste consorte e disse:
– Madonna, sembra che le nostre faccende procedano bene. Sono già passati tre mesi da quando inviai l’astuto e prestante conte Detzin a compiere quella diabolica missione presso Costanza, la figlia di mio fratello. Se egli fallisce, non saremo completamente al sicuro; ma se riesce, nessun potere al mondo impedirà a nostra figlia di diventare duchessa, anche se la fortuna contraria dovesse decretare che lei non sia mai duca!
– Il mio cuore è pieno di presentimenti; purché tutto finisca bene!
– Balle, donna! Lascia gracchiare i gufi. Va’ a letto e sogna Brandemburgo e la gloria!
II. Festeggiamenti e lacrime
Sei giorni dopo le vicende raccontate nel capitolo precedente, la brillante capitale del ducato del Brandemburgo risplendeva di caroselli militari e risuonava dei suoni festosi della folla fedele; poiché Corrado, il giovane erede al trono, era arrivato.
Il cuore del vecchio duca era pieno di felicità, tanto la bella persona e il portamento aggraziato di Corrado avevano conquistato il suo affetto in un attimo. Le grandi sale del palazzo erano affollate di nobili che cavallerescamente davano il benvenuto a Corrado; e tanto liete e gioiose sembravano tutte le cose, che quello sentì i suoi timori e le sue pene svanire e cedere il posto a una consolante letizia. Ma in una stanza appartata del palazzo si svolgeva una scena ben diversa. In piedi vicino a una finestra stava l’unica figlia del duca, madonna Costanza. Aveva gli occhi rossi e gonfi e pieni di lacrime. Era sola. Ben presto riprese a piangere, e disse ad alta voce:
– Il fellone Detzin è partito… fuggito dal ducato! All’inizio non riuscivo a crederci, ma ahimè!… E’ vero purtroppo! E l’amavo tanto! Ho osato amarlo, pur sapendo che il duca mio padre non mi avrebbe mai permesso di sposarlo. Lo amavo… ma ora lo odio! Con tutta l’anima, lo odio! Oh, che sarà di me? Sono perduta, perduta, perduta! Diventerò pazza!
III. L’affare si imbroglia
Trascorsero alcuni mesi. Tutti cantavano le lodi del governo del giovane Corrado, e esaltavano la saggezza dei suoi giudizi, la clemenza delle sue sentenze, la modestia con cui si comportava nell’esercizio delle sue alte funzioni. Ben presto il vecchio duca mise tutto nelle sue mani, e sedette in disparte ad ascoltare, con orgogliosa soddisfazione, il suo erede che pronunciava i decreti della corona dal seggio del primo ministro. Sarebbe sembrato naturale che un essere come Corrado, amato e lodato e onorato da tutti, dovesse essere felice. Ma, strano a dirsi, non lo era.
Poiché si era accorto con sgomento che la principessa Costanza aveva cominciato ad amarlo! L’amore di tutto il resto del mondo significava felicità e fortuna per lui, ma quello di Costanza era carico di pericoli. E si era anche accorto che pure il vecchio duca, beato, aveva scoperto la passione della figlia e già sognava il matrimonio. Giorno per giorno, un po’ della profonda tristezza che aveva velato il volto della principessa si dissipava; giorno per giorno, la speranza e l’animazione splendevano sempre più luminose nei suoi occhi; a poco a poco, anche fuggenti sorrisi cominciarono a visitare quel volto che era stato tanto turbato.
Corrado era sbalordito. Malediceva amaramente se stesso per avere ceduto all’istinto che gli aveva fatto ricercare la compagnia di una persona del suo sesso, quando era nuovo e straniero a palazzo, quando era addolorato e desiderava quella pietà che solo le donne possono dare o sentire. Ora cominciava a evitare la cugina. Ma questo non faceva che peggiorare la situazione, perché, cosa abbastanza naturale, più la evitava e più quella gli stava intorno.
Sulle prime la cosa lo sorprese, e poi lo allarmò. La ragazza lo perseguitava; gli dava la caccia; gli capitava addosso a tutte le ore e in tutti i luoghi, di notte come di giorno. Sembrava stranamente ansiosa. C’era di sicuro un mistero, lì sotto.
Questa storia non poteva durare in eterno. Il mondo intero ne parlava. Il duca cominciava a sembrare perplesso. Il povero Corrado, fra la paura e la profonda angoscia, si stava riducendo l’ombra di se stesso. Un giorno, mentre usciva da un’anticamera segreta, vicina alla galleria dei quadri, Costanza gli apparve davanti e, stringendogli tutte e due le mani, esclamò:
– Oh, perché mai mi evitate? Che cosa ho fatto, che cosa ho detto per perdere la vostra stima, poiché sono certa di averla avuta per il passato? Corrado, non mi disprezzate, abbiate pietà di un cuore straziato! Non posso, non posso tacere più a lungo queste parole che altrimenti mi ucciderebbero… io vi amo, Corrado! Ecco, disprezzatemi, se lo dovete, ma bisognava che le pronunciassi!
Corrado era ammutolito. Costanza esitò un attimo, e poi, equivocando il suo silenzio, mentre una gioia sfrenata le divampava negli occhi, gli gettò le braccia al collo e disse:
– Voi cedete! voi cedete! Voi mi potete amare, voi mi amerete! Oh, dite che lo volete, mio amato, mio adorato Corrado!
Corrado emise un alto gemito. Un pallore mortale si era diffuso sul suo volto, e tremava in ogni sua fibra. Ma presto, preso dalla disperazione, respinse lontano da sé la povera fanciulla e gridò:
– Voi non sapete ciò che che chiedete! E’ per ora e per sempre impossibile!
E poi fuggì come un delinquente e lasciò la principessa paralizzata dallo stupore. Un minuto dopo piangeva e singhiozzava sul posto, e Corrado piangeva e singhiozzava in camera sua. Entrambi erano disperati. Entrambi si vedevano a faccia a faccia con la rovina. Poco dopo Costanza si alzò lentamente in piedi e si allontanò dicendo:
– Pensate che lui disprezzava il mio amore, proprio nel momento in cui credevo che si intenerisse il suo cuore crudele! Lo odio! Mi ha scacciata, quest’uomo, mi ha scacciata come un cane!
IV. La Tremenda Rivelazione
Passò del tempo. Un’immutabile tristezza velò ancora una volta il viso della figlia del buon duca. Ormai, lei e Corrado non si facevano più vedere insieme. Il duca se ne addolorava. Ma, via via che le settimane passavano, le guance di Corrado riprendevano il colore e i suoi occhi la vivacità di un tempo, e amministrava il governo con chiara e sempre più matura saggezza.
Ma ben presto si cominciò a sentire per il palazzo uno strano sussurro. Il sussurro crebbe e andò dilagando. Le malelingue della città se ne impadronirono. Invase tutto il ducato. E ecco ciò che diceva:
– Madonna Costanza ha dato alla luce un bambino!
Quando il signore di Klugenstein lo venne a conoscere, sventolò tre volte intorno alla testa il suo elmo piumato e gridò:
– Viva il duca Corrado! Poiché, guarda, da questo giorno in poi, la sua corona è sicura! Detzin ha fatto bene la sua missione, e il buon farabutto sarà ricompensato.
E diffuse la notizia in lungo e in largo, e per quarantott’ore non ci fu un’anima in tutta la baronia che non ballasse e cantasse, brindasse e accendesse luminarie per celebrare il grande avvenimento, tutti felici e contenti a spese del vecchio Klugenstein.
V. L’orrenda catastrofe
Il processo era imminente. Tutti i grandi signori e baroni di Brandemburgo erano riuniti nella sala del Tribunale del palazzo ducale. Non c’era un solo posto libero, per gli spettatori, né in piedi né a sedere. Corrado, rivestito di porpora e di ermellino, sedeva sul seggio del primo ministro, e ai suoi lati sedevano i giudici del regno.
Il vecchio duca aveva severamente ordinato che il processo della figlia si svolgesse senza riguardi, e poi si era messo a letto col cuore spezzato. I suoi giorni erano contati. Il povero Corrado aveva scongiurato, come se si fosse trattato della sua stessa vita, che gli venisse risparmiato il tormento di giudicare il delitto di sua cugina, ma invano. Il cuore più triste di tutta la grande assemblea era nel petto di Corrado.
Il più lieto era in quello di suo padre, poiché, di nascosto a sua figlia Corrado, il vecchio barone Klugenstein era venuto e si trovava tra la folla dei nobili, trionfante nella fortuna ascendente del suo casato.
Dopo che gli araldi ebbero fatto il canonico proclama e dopo che si furono svolti gli altri preliminari, il venerabile presidente del Tribunale disse: – Prigioniera, avvicinatevi!
L’infelice principessa si alzò, a volto scoperto, davanti alla vasta moltitudine. Il presidente del Tribunale continuò:
– Nobilissima signora, al cospetto degli alti giudici del reame, Vostra Grazia è accusata (e l’accusa è provata) di avere, fuori del santo matrimonio, dato alla luce un bambino; secondo la nostra antica legge, la pena è pena di morte, con un’unica eccezione, della quale Sua Grazia il duca facente funzioni, il nostro buon signore Corrado, vi darà conto nel pronunciare la solenne sentenza. Orbene, offrite ascolto.
Corrado allungò lo scettro, riluttante e, in quello stesso istante, il cuore di donna che batteva sotto le sue vesti si strinse di pietà per la principessa condannata dal destino e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Aprì le labbra per parlare, ma il presidente del Tribunale disse in fretta:
– Non lì, Vostra Grazia, non lì! Non si può legalmente pronunciare una sentenza contro un membro della famiglia ducale, SE NON DAL TRONO DUCALE!
Un fremito arrivò fino al cuore del povero Corrado e un tremito scosse allo stesso modo la ferrea sagoma del vecchio duca. CORRADO NON ERA STATO INCORONATO… avrebbe osato profanare il trono?
Esitò e impallidì per lo spavento. Ma bisognava agire. Già sguardi meravigliati si posavano su di lui. Se avesse esitato più a lungo si sarebbero trasformati in sguardi sospettosi. Salì fino al trono. Poi tese lo scettro un’altra volta e disse:
– Prigioniera, in nome del nostro sovrano, il sire Ulrico, duca di Brandemburgo, procedo a compiere l’alto compito a me devoluto. Date ascolto alle mie parole. Per l’antica legge del paese, a meno che voi riveliate il complice della vostra colpa e lo consegniate al carnefice, morirete, senza alcuna possibilità di salvezza. Cogliete quest’occasione; salvatevi finché siete ancora in tempo: fate il nome del padre del vostro bambino!
Un silenzio solenne scese sulla grande sala, un silenzio così profondo che ognuno poteva sentire i battiti del proprio cuore. Allora la principessa si girò lentamente con occhi rilucenti di odio e, puntando l’indice teso verso Corrado, esclamò:
-Tu sei quel desso!
La tremenda consapevolezza del proprio rischio estremo, disperato, strinse il cuore di Corrado in un gelo simile al gelo stesso della morte. Quale potere sulla terra lo avrebbe potuto salvare? Per confutare l’accusa avrebbe dovuto rivelare di essere una donna; e, per una donna non coronata, sedere sul trono ducale significava la morte! Nello stesso preciso istante, lui e il suo vecchio padre arcigno stramazzarono al suolo svenuti.
(…)
Il seguito di questa emozionante e avventurosa storia NON si trova né si troverà, in questa né in altre pubblicazioni, né ora né in futuro. La verità è che ho ficcato il mio eroe (o eroina) in un tale vicolo cieco che non vedo proprio come mi sarà possibile tirarlo (o tirarla) fuori; e quindi mi lavo le mani di tutta quanta la faccenda, e lascio che la persona in questione se la sbrighi come meglio può, o, se no, ci crepi. Credevo che sarebbe stato abbastanza facile superare questa piccola difficoltà, ma ora la cosa mi appare diversamente.
