Incendio, di Maksim Gor’kij

Mi trovo su collinette calve, coperte di un’erba rara e corta; vedo intorno a me tumuli, di cui l’occhio si accorge appena, pesti dagli zoccoli del bestiame, battuti dal vento. Siedo vicino a una specie di cassa in mattoni, piccola come un balocco, coperta da un tetto di ferro, e che da lontano può sembrare una cappella, ma da vicino piuttosto un canile. Sotto il ferreo coperchio inchiavardato, la cassa custodisce catene, staffili, fruste, insieme a certi strumenti di tortura coi quali furono tormentati gli uomini sepolti sulle colline. Tutto ciò è stato lasciato in ricordo alla città, come a dire: bada, non rivoltarti!

Ma gli abitanti della città hanno già dimenticato: chi erano gli uomini abbattuti qui? Gli uni dicono: i cosacchi di Stepan Rasin, altri affermano: i morduini e i ciuvasci di Emilian Pugaciòf.

E soltanto il vecchio e sempre ubriaco mendicante Satinscikof afferma, come vantandosi:

«Noi ci siamo rivoltati con tutti e due…»

Dal campo sterile e collinoso le case della città, grige e premute contro terra, sembrano mucchi di immondizie; qua e là si sono coperte fin quasi ai tetti di una verzura polverosa e fitta di erbacce. Fra quei mucchi di grigi rifiuti emergono una diecina di campanili e la torre dei pompieri, brillano al sole i muri bianchi delle chiese, simili a puliti rattoppi di lino su di un vestito lacero e sporco.

Oggi è giorno di festa. Fino a mezzodì i cittadini sono stati nelle chiese, fino alle due hanno mangiato e bevuto, ora fanno un sonnellino. La città è silenziosa, non si ode nemmeno un pianto di bambino.

Il giorno è tormentosamente caldo. Il cielo grigio-turchino riversa sulla terra piombo invisibile, liquefatto. Il sole ha qualche cosa di impenetrabile e triste, è di una bianchezza accecante: sembra sparso nel cielo, come fuso.

I fili d’erba sulle tombe, miseri, rossicci, si drizzano immobili e inariditi. Il suolo si screpola, si squama al sole come un pesce secco. A sinistra delle colline, sull’altra sponda del fiume invisibile, sui campi nudi, oscilla un miraggio in cui si dondola, si liquefà il campanile orecchiuto del sobborgo che sorge al di là del fiume; cento anni fa questo sobborgo apparteneva al famoso Salticich, che lasciò il suo nome impresso nel ricordo degli uomini per la crudeltà raffinata esercitata da lui sui servi della gleba.

Ma la città è coperta ora come da una nube di polvere torbida e giallognola, prodotta forse dalla respirazione dei suoi abitanti addormentati.

Strani esemplari d’uomini vivono in questa città. Il proprietario di una fabbrica di feltro, uomo posato e tutt’altro che sciocco, già da quattro anni legge la Storia dello Stato Russo di Karamsin, e nella lettura è già al nono volume.

«Un’opera magnifica!» esclama, lisciando con venerazione la rilegatura in cuoio del volume. «È un’opera da re! Di primo acchito intendi che è stata scritta da un artefice maestro. Cominci una sera d’inverno a leggere e dimentichi ogni altra cosa. È piacevole, così come al bambino la fiaba della bambinaia. Gran conforto per l’uomo, un libro! Quando sia scritto dall’altezza della conoscenza…»

Una volta, lisciandosi la barba prolissa, mi propose con un sorrisetto garbato:

«Volete vedere una cosuccia interessante? Nel cortile della mia casa abita un medico, da lui si reca ogni tanto una signora, non del paese, ma di fuori. Dalla finestra del mio abbaino guardo talora come si divertono; la loro finestretta è chiusa sino a metà da una tendina e attraverso il vetro di sopra si vedono molto distintamente i loro spassi. Anzi, per l’occasione ho comperato un binocolo da un tartaro. E qualche volta invito allo spettacolo gli amici, così, per divertimento; una forma di dissolutezza molto interessante….»

 

Il parrucchiere Baliassin si è dato da sé il titolo di “barbiere di città”. Lungo, smilzo, cammina allargando le spalle e sporgendo in fuori fieramente il petto. Ha una testa piccola, di biscia, gli occhi gialli, lo sguardo affettuosamente diffidente. La città lo considera una persona d’ingegno e si fa curare da lui più volentieri che dal medico condotto.

«Noi siamo gente semplice, e i dottori vanno bene per le persone istruite», dicono i cittadini.

Il parrucchiere applica vescicanti, fa salassi, qualche tempo fa ha anche tagliato un callo a un paziente, che è morto per un’infezione sopravvenuta. Un bell’umore ne ha tratto un motto di spirito:

«Un uomo pieno di zelo, Baliassin. Gli si era detto: taglia un callo, e lui ha estirpato dalla terra addirittura un uomo…»

Baliassin è ossessionato dal pensiero della instabilità delle cose.

«Penso che gli scienziati dicano bugie» sentenzia. «Il numero esatto dei giri del sole non può essere loro noto. Io, ecco, guardo il sole mentre cala e penso: e se ad un tratto, domani, non si levasse più? Non sorgerebbe più, e basta. Se s’impigliasse in qualche cosa, per esempio, in una cometa, ci toccherebbe vivere nelle tenebre. Oppure, se semplicemente si fermasse dall’altra parte della terra, allora su di noi discenderebbe la cappa d’una oscurità eterna. Bisogna pensare che anche il sole ha un suo carattere. Dovremmo allora, per vivere, bruciare i boschi, accendere roghi…»

Ridacchiando, socchiudendo gli occhi, continua:

«Un bel cielo sarebbe allora il nostro: con le stelle, senza sole né luna! Al posto della luna vedremmo una piccola palla nera, se pure è vero che la luna prende la luce dal sole. Non si vedrebbe più nulla, e vivi come vuoi! Una cosa comoda per i ladri, ma per tutte le altre classi molto sgradevole, non è vero?»

Un giorno mentre mi accorciava i capelli, disse:

«Ormai gli uomini sono avvezzi a tutto; non si spaventano più di nulla, né per gli incendi né per altro. In certi luoghi succedono inondazioni, terremoti, qui da noi niente! Non abbiamo avuto nemmeno il colera; e dappertutto intorno a noi c’è il colera. L’uomo però ha sempre voglia di qualcosa di straordinario e di terribile. La paura è, per l’anima, come il bagno per il corpo: una cosa molto sana…»

 

Il guercio appaltatore dei bagni pubblici, fabbricante anche di berretti ch’egli ricava da calzoni usati, è in città un personaggio poco ben visto e molto temuto. Incontrandolo per la strada, i suoi concittadini si fanno da parte con un certo senso di paura e gli fanno dietro degli occhiacci da lupi; qualcuno gli va dritto incontro, abbassando la testa, come se si accingesse a dargli una capata. Il berrettaio allora lascia libero il passo, volgendosi poi a guardare la nuca dell’audace e socchiudendo gli occhi con un risolino beffardo.

«Perché non vi vedono di buon occhio?» gli domando.

«Perché sono un uomo spietato» mi risponde come vantandosi. «Ho l’abitudine, se qualcuno appena appena fa una cosa che non va, di trascinarlo davanti al giudice!»

Ha la cornea degli occhi infiammata, percorsa da una rete di vene sanguigne, e in mezzo a quella rete brilla fieramente una pupilla rossiccia, rotonda. È tarchiato, con le braccia lunghe e le gambe arcuate come ruote. Quando lo guardo mi fa pensare a un ragno.

«In realtà non mi apprezzano perché conosco i miei diritti» mi racconta arrotolando una sigaretta di cattivo tabacco.

«Se un passero non mio vola nel mio orto, dico: prego, venite dal giudice! Ho intentato un processo, durato poi quattro mesi, per un gallo! Il giudice stesso mi ha detto: “Tu sei nato uomo per sbaglio, per il carattere sei un tafano!”. Mi hanno anche percosso per questa mia mancanza di indulgenza; e tuttavia picchiarmi non è un affare proficuo. Percuotere me è come toccare un ferro rovente: ti scotti le mani e nulla più. Quando le ho prese comincio una tale tiritera….»

E qui lanciò un fischio acuto. In realtà è maestro in fatto di brighe e di cavilli e il giudice della città ha il proprio tavolo d’ufficio sovraccarico di querele e di suppliche sue. Con la polizia il berrettaio vive in buona amicizia; dicono che ama stendere denunce e tiene un certo libro dove elenca i diversi peccatucci dei suoi concittadini.

«Perché fate una cosa simile?»

Mi risponde:

«Perché rispetto i miei diritti!»

 

Il calvo e grosso Pusckariof, fabbro e calderaio, è un libero pensatore, un ateo. Stringendo le labbra flosce, stranamente arcuate, del colore dei vermiciattoli che si vedono dopo la pioggia, parla con voce rauca di basso.

«Dio è un’invenzione. Al di sopra di noi non c’è niente; c’è soltanto l’aria turchina. E tutti i nostri pensieri vengono dall’aria turchina, Di quel turchino viviamo, pensiamo ispirati da quel turchino, ecco l’enigma. Tutta l’essenza della mia vita, della vostra, è semplicissima: avremo vissuto e saremo putredine.»

Sa leggere e scrivere, ha letto una quantità di romanzi; si ricorda soprattutto bene di uno: La mano insanguinata.
«In quel libro si parla di un vescovo francese che si era ribellato e aveva cinto d’assedio la città di La Rochelle. Contro di lui combatteva il capitano Lacousson. Che faceva questo figlio di un cane! Ti viene l’acquolina in bocca a leggere! Maneggiava la spada senza mai fallire un colpo; puntava un’arma, c’era un morto! Un guerriero straordinario…»

Pusckariof un giorno mi racconto:

«Stavo seduto una sera di festa, così come adesso. Leggevo; compare ad un tratto il commesso dello Ziemstvo, un impiegato di statistica, e mi dice: “Desidero far conoscenza con voi”. “Ebbene” gli rispondo “facciamo pure conoscenza”. E mi siedo di fianco a lui. Lui chiacchiera di una cosa e di un’altra, io recito la parte dello stolido; mi accontento di mugolare e guardo sempre da una parte, alla parete. “Ho sentito” dice ad un tratto “che voi non credete in Dio.” Allora mi infuriai contro di lui: “Come?!” esclamai, “Forse che una cosa simile è permessa? E perché allora esistono le chiese, i preti e i monaci? E se io dichiarassi alla polizia che voi cercate di piegarmi all’ateismo?” Lui si spavento: “Perdonate” disse “credevo…”. “Appunto” ribattei “voi pensate cose che non bisogna pensare. Io di questi vostri pensieri non so che farmene”. Rotolò via come una palla, poi, di lì a poco, si tirò un colpo di pistola. A me questi impiegati dello Ziemstvo non piacciono affatto, è tutta gente falsa. Succhiano il contadino e di questo solo vivono. Non sapevano dove ficcarli, tutti questi scienziati; bè, hanno messo su per loro lo Ziemstvo. Hanno detto loro: contate! Ed essi contano. Per un individuo è tutt’uno fare una cosa o l’altra, purché riceva uno stipendio e il più rotondo possibile…»

 

L’orologiaio Korzof, soprannominato “Pulce”, un omino peloso dalle lunghe braccia, è un patriota e un amatore della bellezza

«In nessun luogo ci sono stelle come da noi», dice guardando il cielo con occhi rotondi e piatti come bottoni. «E la patata russa, per sapore, è la più appetitosa del mondo. E parliamo, per esempio, delle fisarmoniche: non ce n’è migliori delle russe. E le serrature! Ma son forse poche le cose con cui possiamo bagnare il naso a quelle Americhe là?»

Compone canzoni, e quando è brillo, le canta. I suoi versi sono, come se lo facesse apposta, meditatamente assurdi. Ma la canzone che egli canta più spesso delle altre è questa:

Un’azzurra cinciallegra

canta solo la finestra:

farà un uovo piccolino

l’uccellin dopodomani.

Porrò l’uovo piccolino

io nel nido alla civetta,

poi sarà quel che sarà

della testa mia balzana.

Ma perché la notte sogno

— e mi becca il capo sempre —

la civetta, uccel notturno,

che nel bosco sola sta?

 

Korzof canta questa canzone su di un motivo impetuoso e allegro. Ha la testa esattamente tonda e interamente calva; soltanto sulla nuca, da un orecchio all’altro, gli pende una frangia rossiccia di capelli ricciuti.

Gli piace esaltarsi davanti alla bellezza della natura, sebbene i dintorni della città siano deserti, turgidi di colline infeconde, tagliati da burroni miseramente squallidi. Ma l’orologiaio, ritto sulla sponda d’un fiumiciattolo torbido, nauseabondo, avvelenato dalle fabbriche di feltro, esclama con un sentimento sincero e pieno di lirico entusiasmo:

«Eh, che bellezza! È ampio ed è liscio. Uno può andare dove vuole. Amo da morirne la bellezza.»

Il cortile di casa sua è sudicio, le ortiche e le bardane vi crescono folte ed è ingombro di pezzi di legno e di ferro. In mezzo imputridisce un largo divano e dalla stoffa che lo ricopre spuntano ciuffi di crini. Le stanze sono piene di polvere, incomode, tutte in disordine; alle catene dell’orologio a muro, invece del pendolo, è attaccato un pezzo di tubo di zinco. In un angolo geme e brontola la moglie ammalata e per il cortile va e viene in silenzio la sorella, una vecchia zitella gialla e magra, dai denti affilati. Ai piedi costei ha i resti di un paio di stivali da uomo, e il lembo della gonna rovesciato fino alle ginocchia, scopre i malleoli e l’intreccio turchino delle vene.

Korzof ha inventato una serratura che si carica con tre cartucce da schioppo e spara appena uno vi ficca la chiave. Questa serratura pesa dodici libbre e ha la forma di un cofano allungato. Secondo me, così com’è costrutta, dovrebbe sparare in alto e non contro chi cercasse di aprire.

«No. Lo coglierà dritto nel muso!» assicura l’inventore.

La gente gli vuol bene come si vuol bene a un originale. Forse piace perché non ha fortuna alle carte e tutti quando giocano con lui, vincono. Ama frustare i ragazzi e si dice che abbia frustato anche suo figlio a tal segno da farlo morire, ma ciò non impedisce ai conoscenti di invitare Korzof come esperto in materia, quando c’è da condurre a termine una punizione sui ragazzi che spogliano i giardini e gli orti.

 

Senza affrettarsi, con le mani dietro la schiena, va e viene per la città Iakot Lesnikot, alto di statura, smilzo, con una barbetta stretta e lunga e un gran naso triste. Spettinato, sporco, vestito di una specie di veste da camera che pare la tonaca di un frate, porta un berretto da studente sui riccioli quasi grigi e ruvidi, Tien sempre gli occhi grandi, acquosi, spalancati con una certa tensione, come se si sentisse vincere dal sonno e non dovesse dormire. Sbadigliando, guarda lontano sopra la te sta della gente, e domanda a chi incontra:

«Ebbene, come va?»

Le risposte, evidentemente, non gli importano, e certo gli sono già note:

«Così, così, Non male. Si tira avanti»

Ha fama di donnaiuolo e di essere un gran dissoluto. Korzof, non senza orgoglio, mi diceva:
«Ha vissuto perfino con una spagnola, Be’, ora, certo, non disdegna nemmeno le morduine…»

Si dice che Lesnikof sia il figlio naturale di un personaggio titolato, vescovo o governatore. Possiede alcune “desiatine” di terra da orto e di prati, che affitta a persone del sobborgo, e vive tutto solo nell’appartamento del mio vicino, un impiegato malato della tesoreria,

Una sera stava buttato sull’erba, in giardino, sotto un tiglio: beveva birra in ghiaccio e mugolava, sbadigliava. Gli si avvicinò il padrone di casa, un ometto con gli occhiali, magrolino, acidamente garbato.

«E così, Iascia?»

«Mi annoio. Sto pensando di che cosa potrei occuparmi.»

«È un po’ tardi per occuparti d’affari…»

«Infatti, è tardi.»

«Sei vecchio anzi che no.»

«Già.»

Tacquero, poi Lesnikof, senza affrettarsi, soggiunse:

«Mi annoio molto, Credere in Dio, forse?»

L’impiegato approvò:

«Non è una cattiva idea. Almeno avrai da andare in chiesa…»

Lesnikof, con uno sbadiglio che parve un urlo, concluse:

«Appunto…»

Zimin, negoziante di chincaglierie, uomo scaltro, “stàrosta” della chiesa, mi dice:

«Gli uomini soffrono per il troppo ingegno; l’ingegno è a fabbrica principale di tutti i nostri imbrogli. Manchiamo di semplicità; l’abbiamo perduta! Abbiamo il cuore onesto, ma l’intelligenza imbrogliona!…»

 

Siedo, inghiottendo l’aria calda; ricordo i discorsi, i gesti, le facce di questi uomini, e guardo la città avvolta da una torpidezza ardente, opalina. Perché occorre che esista questa città e gli uomini che la abitano? Qui Leone Tolstoi per la prima volta percepì l’orrore della vita, orrore di Arzamas, morduino; ma possibile che soltanto per ciò questa città abbia esistito e esista sin dai tempi di Ivan il Terribile?

Penso che non ci sia un altro paese dove gli uomini parlino tanto e pensino in un modo così slegato, così fuor d’ogni regola, come parlano e pensano gli uomini in Russia, e specialmente nella Russia di provincia. I pensieri di Arzamas sono accidentali e somigliano a quegli uccelli che, tormentati dai ragazzi, quasi spennati, qualche volta per la paura volano dentro le camere oscure e si feriscono a morte contro l’illusione impenetrabile dei vetri delle finestre, trasparenti come l’aria. Pensieri “turchini” e sterili.

Osservo questi uomini e mi pare che, prima di tutto, vivano una vita stupida, e poi, e per ciò, una vita sudicia, noiosa, piena di ire e di delitti. Uomini d’ingegno, ma uomini per aneddoti.

Dal fiume giunge uno sciacquio e ciangottio; i ragazzi sono corsi a fare un bagno. Pochi sono quelli rimasti in città; quasi tutti sono nei boschi o nei campi e nei botri, dove fa fresco. Dai giardini sale qualche filo di fumo turchino; le donne si sono svegliate e accendono i samovar, preparandosi al tè vespertino.

Una voce sottile di bambina si leva, acutissima:

«Ohi, mammina, cara, non darmi sul pancino!»

E pare che quel lamento penetri giù giù dentro la terra.

L’afa è sempre più pesante. Il sole pare immobile. La terra esala una caldura arida, polverosa Sembra che il cielo sia diventato ancor più impenetrabile; questa impenetrabilità opaca del cielo riesce sgradevole e perfino inquietante. Si può pensare che qui il cielo non sia come dappertutto, ma un cielo particolare a questi luoghi, un cielo piatto, diventato duro, creato dalla respirazione greve degli uomini di una strana città. La lontananza turchino-scura prende la tinta del vetro che si scolorisce al sole, e, come più compatta, si avvicina alla città come una muraglia trasparente, ma impenetrabile. Le mosche passano e ripassano, rapide, come punti neri, insensatamente; fanno pensare una volta di più alla impenetrabilità dei cristalli.

E il silenzio grave, cocente, sempre più si addensa, si appesantisce. Nel silenzio una voce di donna risuona come una modulazione di canto, un po’ assonnata, illanguidita:

«Raissa, ti vesti?»

E un’altra voce eguale, ma in tono più basso, risponde languidamente:

«Mi vesto.»

Silenzio; poi di nuovo:

«Raissa, di azzurro?»

«Sì, di azzurro…»


estratto di Incendio, di Maksim Gor'kij