L’Uovo di Norimberga, di Roberto Laviola

“Ho buttato l’orologio nella spazzatura.

Volevo perdere tempo.”

Boris Makaresko

 

«Mi scusi, che ore sono?»

«Dipende.»

«Dipende da cosa? Forse il suo orologio non cammina?»

«Oh, per camminare, cammina. Siamo venuti insieme, io e lui, dalla Germania, passando per la Svizzera.»

«Voglio dire… non segna l’ora esatta?»

«Lui segna la sua ora esatta. Ma non è detto che sia la mia. E tantomeno la sua.»

«Ma è rotto, allora! Gliene servirebbe uno nuovo.»

«Oh, se è per questo, è solo un problema di scelta. Guardi qui!» (l’uomo scopre gli avambracci con altri undici orologi)

«Li vende? Roba di contrabbando, eh?»

«Oh, no. Tutt’altro. Mi servono tutti.»

«Servono a cosa, scusi?»

«A costruirmi il mio tempo. Sediamoci un attimo su quella panchina e le spiegherò tutto.»

I due percorrono rapidamente il vialetto ghiaioso che porta fino all’orologio ad acqua che si trova nei giardini del Pincio, a Villa Borghese, nel cuore di Roma.

«Guardi che meraviglia. Un orologio ad acqua, anzi un idrocronometro, ideato e realizzato nel 1867 da Giambattista Embriaco, un padre domenicano, e presentato nello stesso anno all’Esposizione internazionale di Parigi. Il modello che lei vede qui fu costruito dai fratelli Granaglia di Torino e installato negli splendidi giardini disegnati da Giuseppe Valadier, nel 1873. Osservi, una goccia dopo l’altra e il tempo scorre come un fiume inarrestabile.»

«Sì, va bene. Ma non doveva spiegarmi a cosa le servono tutti quegli orologi?»

«È vero, ha ragione. Innanzitutto, come vede, non sono tutti uguali. A qualcuno ho tolto la lancetta dei secondi; ad altri quella dei minuti; ad altri ancora quella delle ore. Questo è fermo. Quest’altro va avanti. Questo invece va indietro.»

«Ma a che scopo? Non capisco.»

«Capirà, capirà. Non abbia fretta. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo.»

«Forse lei. Io, invece, ho una certa fretta. Comunque, mi stava parlando di questi orologi… tutti rotti… senza lancette.»

«Sì, ne ho tolta qualcuna perché non serviva. Ad esempio, vede questo orologio in acciaio cromato con batteria chimica ionizzata a funzionamento bionico? Le posso assicurare che è l’ultimo ritrovato della tecnologia moderna: PER-FET-TO. Un vero gioiello di precisione. Ha le fasi lunari, i tempi di rotazione della terra sul suo asse, con tutti i fusi orari, i tempi di rivoluzione intorno al sole e i segni zodiacali. Indica con esattezza l’inizio e la fine delle quattro stagioni. Non solo, ma registra anche il solstizio d’estate e quello d’inverno, oltre naturalmente all’equinozio di primavera e autunno. Un trillo intermittente ti avvisa se sei in ritardo a un appuntamento. Poi ti sveglia al mattino di buon’ora e ti dice quando devi andare a letto. Pensi che di questo tipo di orologio hanno fatto anche una versione femminile che indica i tempi del ciclo mestruale, i giorni fecondi, evidenziando i gradi della temperatura basale e i mesi della maternità. Ti avvisa quando comincia il tuo programma preferito alla tv o quando entrano in sciopero i taxi della tua città. E poi, ovviamente, scandisce con estrema precisione i secondi, i decimi, i centesimi, i millesimi, i nanosecondi e i femtosecondi.»

«Ebbene?»

«Non riuscivo più a sopportarlo!»

«Non riusciva più a sopportarlo?»

«Sì, capisco la sua sorpresa, ma sentire tutti quei trilli e vedere tutte quelle lancette ruotare vorticosamente, come impazzite, inseguendo il tempo, quasi a volerlo superare, mi dava un senso di angoscia profonda e, come posso dire, mi creava degli stati ansiosi veramente insopportabili.»

«Le creava degli stati ansiosi? L’orologio? Ma via…»

«All’inizio pensavo che fosse il troppo lavoro, un super affaticamento, lo stress. E invece no. La causa dei miei malesseri era proprio lui, l’orologio. Non mi dava tregua. Mi stringeva il polso sempre più forte, con un cinturino “prensile e tenace”, come disse un famoso poeta russo, quasi a dirmi: “più in fretta, più in fretta”.»

«Un orologio con un’anima.»

«Proprio così. Con un’anima. Perversa, pervicace, demoniaca. Frugava nel mio tempo, capisce, nel mio tempo senza darmi un attimo di respiro, un po’ di pace.»

«Non le pare di esagerare un po’ troppo?»

«Neanche per sogno. Anzi, le dirò di più. È stato costruito proprio per questo scopo.»

«Quale scopo? Non la seguo.»

«Ma è chiaro. Questo orologio è una macchina infernale, un controlla-tempo inventato per spiarci e per farci lavorare di più. Ricorda quella pubblicità apparsa poco tempo fa su tutti i giornali che diceva…»

I padroni del tempo
E T E R N I T Y
L’OROLOGIO DELL’UOMO CHE VIVE OGGI IL SUO DOMANI
Attimo dopo attimo, non ti lascerà più. Sarà con te per sempre

«E infatti è stato proprio così. Si era avvinghiato a me come l’edera al tronco di un albero, come un francobollo alla busta, come una cozza allo scoglio, come una piovra vorace alla sua preda, cercando di succhiarmi il tempo libero, i rari momenti di riposo. Beh, non ce l’ho fatta più! Ho dovuto spezzargli le lancette dei secondi e staccargli quelle dei minuti. Adesso lo uso per fare l’amore: è semplicemente fan-ta-sti-co.»

«Anche a me capita a volte di fare l’amore con l’orologio, ma non ci trovo nulla di fan-ta-sti-co, come dice lei.»

«Mi scusi, forse non mi sono spiegato bene. Volevo dire che quando le capita di… sì, quando vuole stare un po’ con la sua donna, con la sua compagna… insomma, quando ha voglia di fare l’amore, non sempre trova il tempo di farlo. Ad esempio, ci si sveglia al mattino dopo aver fatto un sogno piacevolmente erotico; si comincia ad accarezzare quel corpo morbido e caldo che giace accanto; la fantasia comincia a viaggiare in un futuro fatto di piacevoli sensazioni e intense emozioni quando, a un tratto, sul più bello, ci si accorge di avere soltanto cinque minuti per prepararsi ed uscire per andare in ufficio. Ma le sembra giusto?»

«Beh, effettivamente no.»

«Ebbene, come le dicevo, è bastato togliere le lancette dei secondi e quella dei minuti. Adesso il tempo, quando faccio l’amore, scorre più lentamente.»

«Però. Non ci avevo mai pensato…»

«Vede quest’altro orologio? Gli manca la lancetta che segna le ore. Riesce ad immaginare a cosa mi serve?»

«Veramente non saprei. Forse lo userà per fare cose non molto piacevoli a cui, purtroppo, bisogna dedicare gran parte del proprio tempo e che invece si vorrebbe durassero poco. Mi sbaglio?»

«No, infatti, non sbaglia. A volte capita perfino di dover lavorare. Quando si lavora, si dice, il tempo non passa mai. Lavorare otto ore al giorno? È qualcosa che sconvolge la mente. Sprecare otto ore al giorno della propria vita per avere in cambio cosa? Quattro soldi che ti permettono sì e no di tirare a campare, di sopravvivere; e tutto questo per cinque giorni alla settimana, quattro settimane al mese, undici mesi all’anno. Perché per trenta giorni ti lasciano un po’ in pace, finalmente! Ha mai sentito un impiegato del ministero seduto alla sua scrivania dire: “Accidenti, sono già le dodici”? No, mai. Dirà senz’altro: “Accidenti, sono ancora le dodici”. È cambiato solo l’avverbio, una parolina piccola piccola. Ma che differenza! Pensi, invece, se al posto di otto ore si lavorasse solo per 480 minuti o addirittura per appena 28.800 secondi.»

«Aspetti, faccio due conti… Ma è la stessa cosa!»

«Sì, ha ragione. Ma i minuti e i secondi scorrono più in fretta delle ore. Per tornare ai miei orologi, ormai l’avrà capito, ne ho uno per ogni occasione: se devo fare una lunga e noiosa fila allo sportello dell’anagrafe o se voglio godermi in pace la partita di calcio in televisione. Se ho voglia di leggere un buon libro… a proposito, lo sa che sono riuscito finalmente a leggere tutto il teatro di William Shakespeare, la “Recherche” di Proust, l’opera completa di Joyce, tutti i classici greci e latini, i grandi romanzieri russi, le letterature emergenti del Sudamerica, gli haiku di tutti i poeti giapponesi e perfino il Libro Tibetano dei Morti?»

«Anche a me piacerebbe tanto leggere tutti i gialli di Agata Christie, i cicli dell’Impero e delle Fondazioni di Isaac Asimov e la raccolta completa di Tex Willer e anche quella di Paperino…»

«Conosco non solo la letteratura di tutto il mondo, ma anche le opere d’arte. Ho visitato tutti i più importanti musei del mondo, come il Louvre e il musée d’Orsay, a Parigi, l’Hermitage a San Pietroburgo, la National Gallery di Londra.»

«Anche i Musei Vaticani, qui a Roma?»

«Certo, anche i Musei Capitolini. Ma anche il Prado di Madrid, il Moma e il Guggenheim di New York.»

«C’è anche a Venezia il museo Guggenheim.»

«Bravo, vedo che ha viaggiato. Anch’io ho viaggiato in tutto il mondo: Berlino, Tokyo, Rio de Janeiro, Atene, Londra, Parigi, Mosca, New York, Pechino. Sono stato anche a Firenze e perfino a Cuneo.»

«Insomma lei, se ho ben capito, gioca con il tempo come se fosse uno yo-yo che con un semplice colpetto della mano si allunga e si accorcia, a suo piacere.»

«Sì, è proprio così. Ma io non lo chiamerei semplicemente un “gioco”. Il tempo, mio caro signore, è una cosa seria. Quando si è giovani c’è sempre abbondanza di tempo e, quasi sempre, lo si spreca. Si ricorda cosa ha detto Seneca?»

«Seneca? Ne ho sentito parlare, ma adesso mi sfugge… chi era? Uno storico? Un filosofo romano?»

«Lucio Anneo Seneca è stato un filosofo e anche un senatore romano. E poi è stato anche il precettore di Nerone.»

«Nerone? Ma chi, quello che ha incendiato Roma?»

«Sì, proprio quello.»

«E che ha detto Seneca?»

«“Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus”.»

«Ne so meno di prima. Scusi, ma non so il latino.»

«Mi scusi lei, questa la traduzione: “Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne sprechiamo molto”.»

«È proprio vero. Ma anch’io conosco una bella citazione in latino: “Tempus fugit”, ma non so chi l’ha detta.»

«L’ha detta Virgilio, nelle Georgiche. Comunque, per tornare al discorso sullo spreco del tempo, basta girare la boa dei cinquant’anni ed ecco che si comincia veramente a vivere. Il tempo, pian piano, si comprime, si fa “poco”. È l’idea della morte, questa grande nemica del tempo, che rende più affascinante la vita. Si comincia a gustare l’attimo fuggente. “Carpe diem”, diceva Orazio, “afferra il giorno”. Si comincia a non considerare più il tempo come un “continuum”, ma come una serie finita di piccoli segmenti temporali, tutti da vivere intensamente, strenuamente. E poi, come lei certamente saprà, la parola tempo, che deriva dal latino “tempus”, ha la stessa radice del verbo greco “témno” che significa dividere, tagliare, selezionare, spezzettare. Cosa? L’eternità! In tanti minuscoli frammenti. Non solo, ma la parola tempo, se vi fa caso, condivide alla radice la stessa etimologia della parola temperamento, quella particolare predisposizione dell’animo umano che concorre a formare il carattere di una persona. E poiché ogni uomo ha un temperamento diverso, se ne può desumere che abbia, o che possa avere, come io credo, anche un tempo diverso. Insomma, ognuno può e deve costruirsi il suo tempo secondo i suoi bisogni, esigenze, preferenze, predilezioni, desideri, sogni. Un tempo su misura, personalizzato. Ma… forse la sto annoiando con questo discorso.»

«No, tutt’altro. È molto interessante quello che dice, ma mentre l’ascoltavo, stavo osservando quel bellissimo orologio d’argento cesellato che porta seminascosto nel taschino del panciotto. Sembra molto antico.»

«Ah, questo. Sì, è molto bello e anche molto antico. Questi tipi di orologi, chiamati per un errore di traduzione “uova di Norimberga” (*) perché hanno una forma ovoidale, mentre in Italia si chiamano anche orologi da tasca a cipolla, furono realizzati con molle elicoidali all’inizio del XVI secolo da un artigiano tedesco, di Norimberga, un certo… Peter Henlein.»

«È una vera e propria opera d’arte, ma non ha nessuna lancetta e non sento alcun ticchettio.»

«Ma mio caro amico, le sto parlando del tempo e dei suoi effetti deleteri sull’uomo da una buona mezz’ora e le pare che io non abbia preso le mie brave precauzioni? Secondo lei, quanti anni ho?»

«Mah, non saprei. Forse cinquantacinque, cinquantasei?»

«Grazie, è gentile da parte sua, ma vede, ne ho qualcuno di più. Mi chiamo Peter Henlein e ho 547 anni, per l’esattezza.»

 

 

(*) Peter Henlein (Norimberga, 1479 – Norimberga, agosto 1542) è stato un orologiaio tedesco spesso considerato come l’inventore del moderno orologio portatile. Fu uno dei primi artigiani a realizzare piccoli taschenuhren (orologi da tasca a cipolla) ornamentali, orologi portatili che venivano spesso indossati come pendenti o attaccati ai vestiti, considerati i primi orologi portatili. 

Nel XVI secolo gli orologi inventati da Heinlein avevano la forma di piccoli tamburi cilindrici e nel dialetto di Norimberga erano chiamati Aeurlein (o Uhrlein), con il significato di “piccoli orologi”. Ma nel 1597, lo storico Johann Doppelmayr scambiò la parola Aeurlein con Eierlein, che in tedesco significava “piccolo uovo”. Questo nome si diffuse in tutta Europa (Nuremberg Egg, in inglese, e Uovo di Norimberga in italiano). Da allora molti orologiai costruirono orologi a forma di uovo, per seguire la leggenda.

Roberto Laviola è nato a Bari. Dopo una laurea in Lingue e Letterature Straniere ha insegnato inglese nelle scuole medie inferiori e superiori a Roma. Ma ha sempre coltivato la passione per la scrittura che lo ha portato a intraprendere la professione di giornalista, con collaborazioni con diverse testate locali e nazionali per poi lavorare stabilmente presso l’agenzia di stampa Ansa, nella sede centrale di Roma. Al suo attivo alcune traduzioni dall’inglese all’italiano per Armando Curcio Editore e Gremese Editore e l’insegnamento dell’italiano a stranieri, come volontario, a Roma e San Benedetto del Tronto.