Alla Giornata, di Silvio D’Arzo

All’improvviso dai sentieri dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane. Tutti alzammo la testa. E poi di due o di tre cani. E poi il rumore dei campanacci di bronzo.

Chini attorno al saccone di foglie, al lume della candela, c’eravamo io, e i tre soldati, e qualcosa come sei o sette donne e anche più. E più in là, nell’ombra, ce n’era anche qualche altra, e il maresciallo e il ragazzo: e tutti quanti con gli occhi fissi sul sacco.

Mai assistito a una lezione di anatomia? Bene: la stessa cosa per noi, in certo senso. Quasi tutto il solaio era al buio, e tutto quello che si poteva vedere erano le nostre dodici facce, attaccate l’una all’altra come davanti a un presepio, e quel saccone di foglie, e un pezzo di muro annerito dal fumo e un pezzo di trave annerito anche più.

«Sentito niente, voi donne?» dissi io alzandomi subito in piedi.

«Sì… Ma niente tedeschi» ci rassicurò con dolcezza la vecchia «sono i nostri uomini e basta.»

E lentamente si fece largo fra noi per andare ad aprire la finestra: e io le fui subito dietro, colla candela alla mano. L’aria intorno era viola: e viola i sentieri e le erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti: e nel primo buio, lontano, vedemmo scendere al borgo quattro o cinque lanterne.

«Sì» disse ancora la vecchia «sono loro che scendono dai pascoli e fra venti minuti son qui.»

Era vero: e così respirai. E lei e io tornammo in mezzo alla stanza.

«Bene» dissi io «i vostri uomini stanno arrivando, e fra venti minuti son qui, e noi adesso possiamo anche andarcene. Così voi non dovrete più starvene sole qui dentro.»

Tutte le donne si guardarono in faccia, e mormorarono qualcosa fra loro.

«Non aspettate qui i nostri uomini?» domandò preoccupata la vecchia. «Neanche venti minuti, sapete…»

«Comandante, ascoltate» disse un’altra nell’ombra. «Si sentono già le peste sull’erba.»

«No… no» dissi prendendo lo zaino. «E ci dispiace. Sul serio. Ma il fatto è che anche venti minuti sono già qualcosa per noi. Due chilometri e più, ci capite? Ma adesso niente paura. I vostri uomini stanno arrivando e così voi non dovrete più starvene sole qua dentro.»

E a disagio accennai al pagliericcio.

«Allora avanti, ragazzi…»

«Va bene» si rassegnò la vecchia. «Questa sera noi lo laviamo, gli facciamola barba, e lo cuciamo dentro il lenzuolo. E a seppellirlo ci penseranno loro domani.»

«Questa è una buona cosa» dissi io imbarazzato. I commiati non sono mai stati per me: e questo era tale da impacciare un francese: avevamo picchiato a una porta mai vista con un moribondo in ispalla, ci lasciavamo un morto, e adesso, ecco, sparivamo per sempre. «Sì, questa è un’ottima cosa. E anche lavarlo… E anche fargli la barba… E grazie anche del formaggio e di tutto… Ci verrà buono, il vostro formaggio di capra.»

Pensai che sorridere un po’ non dovesse guastare per niente. E anche quelle sorrisero. E tutti quanti scendemmo da basso. Sulla piazzetta di sassi non c’era nessuno; e si sentivano solo i calci dei muli dentro le stalle, e il rumore dei morsi di ferro, e la tosse di qualche bambino. E per di più cominciava a far freddo.

«È di qua, dite, che di notte si sente il cannone?»

Le donne fecero di sì colla testa, tutte ferme sul gradino di casa, dove di giorno s’accende il fornello: e noi prendemmo la strada di monte: i tre soldati davanti, e poi io, e poi maresciallo e ragazzo.

«Ehi… Ma il nome» ci chiamarono quelle da basso. Dal sentiero ci voltammo a guardare.

«Sì… Che nome» disse a disagio la vecchia accennando colla testa all’insù, alla finestra illuminata ed aperta.

Una parola, capite? Quanto al nome, ne sapevamo anche meno di lei e d’ogni altro. Era scappato dal treno con noi due minuti prima d’entrare in stazione e un tedesco gli aveva sparato. Dal vagone di coda. Ecco tutto.

«Mettete Quarto Deposito» dissi.

«Quarto Deposito, sì…» insisté con pazienza la vecchia. «Ma che nome e cognome mettiamo?»

«Per adesso Quarto Deposito» dissi. «Quarto Deposito e basta. Per adesso può bastare così.»

Ma una vecchia. E, per giunta, di monte. Se ne stava lì sulla strada come aspettando il suo soldo. E anche le altre se ne stavano là, ferme ancora sul gradino di casa.

Si fece avanti l’allievo ufficiale. Sì: avrà avuto vent’anni. E poi forse neanche: diciotto. Diciotto a ogni modo è l’età che si meritava: e, fatta eccezione del suo diagonale, impossibile imbattersi al mondo in qualcosa di più nuovo di lui.

«Mettete Riccardo Fineschi» gridò. «Allievo ufficiale Fineschi.»

E ripigliammo ad andare. E quando fummo alla prima prata dei pascoli, davanti a noi già s’alzava la luna.

«Bene» dissi io sorridendo. E gli allungai il mio coltello da tasca. «Eccovi a ogni modo del ferro…»

Mi guardò come un incomprensibile idiota.

«Ma perché non sceglierne un altro?» dissi io.

«Sì… Perché il vostro?» insistei. «Perché proprio il vostro nome, fra tanti?»

«Già…» disse con negligenza il ragazzo. «Perché?…» E sorrise a un modo sciocco e non sciocco, e nessuno sarebbe riuscito a capirci qualcosa.

«Perché proprio il vostro, fra tanti…»

«Sì… Forse è meglio così» disse lui. «Come levarsi lo zaino. Ma ancor di più… Ancor di più… Senza nemmeno confronto.» E continuò a camminare.

Io lo guardai per un po’: e poi le montagne d’intorno dove c’erano i posti tedeschi e i paesi di valle dove c’erano altri tedeschi, e poi quei cinque in fuga sul sentiero dei pascoli: ed ero lì per cominciare a capire…

Sì: diciott’anni, è evidente. Senza dubbio, la più giovane cosa del mondo. O anche la più vecchia, chissà.