Il Medico di Castroreale, di Alberto Ferrante

In quella fredda notte, sono convinto che il dottor Mistretta non fu ridestato dai colpi battuti al portone. Benché avesse dedicato l’intero pomeriggio ai pazienti, e avesse perduto ogni partita a carte con il farmacista Ferraù, in quei minuti il medico vegliava ancora con occhio attento sulla scrivania. Sedeva forse nell’attesa che il giorno morente scorresse nell’imbuto dei secoli, che un altro lacrimone piovesse nel torrente della storia. Immagino le carte in disordine scivolare oltre il fascio di luce e ondeggiare a terra come foglie morte.

Udendo i colpi alla soglia, il dottore Mistretta scattò verso il breve terrazzo e si sporse incuriosito. Sotto la calda luce del lampione stava un villano di bassa statura, con la coppola calcata sulla testa. Era Vito Lo Presti, un anziano contadino che da pochi anni lavorava ai terreni di un ben noto latifondista. Tutto intorno a lui, il silenzio di una notte di nevischio sulla collina di Castroreale.

Il dottore gli riservò un rapido cenno del capo, poi indossò il soprabito e scese le scale che conducevano al cortile interno.

Vuoi vedere che sape già tutte cose? Questo si domandava con sorpresa il contadino, avvitandosi sul mento la barbetta canuta. In verità, nulla sapeva il buon Mistretta di quella vicenda che gli avrebbe occupato una notte di fatica e molte altre di pensieri. Semplicemente, egli era uno di quei pochi uomini che sanno accompagnare la loro scienza alla più cristallina carità cristiana.

Quando il portone d’ingresso fu disserrato, il contadino afferrò Mistretta per le maniche e prese a scuoterlo come si fa con un burattino di legno. La veemenza dei modi contrastava però con i suoi flebili sussurri:

«Dottore carissimo, Vito Lo Presti sono. Mi mandarono a chiamarla perché un caruso sta male assa’ e abbisogna cure tempestive. La situazione non mi pare buona, mi capisce?».

«Vi ho riconosciuto da lassù, Lo Presti. Il malato è parente vostro, o forse uno dei figli di don Calì?».

«Nossignore, voi non potete sapere chi è; nessuno lo può immaginare. Adesso non mi è permesso, però tutte cose vi spiegherò per strada. Dobbiamo mantenere ‘nu poco di riserbo, ché non si ha da sapere nulla di ‘stanotte».

E qui Mistretta levò l’indice al cielo, in un gesto di ammonimento:

«Parlamuni chiaro, gentilissimo: se è di briganti o farabutti che si tratta, è mio diritto essere informato in anticipo».

«Ma quali briganti e briganti! Di ‘nu caruso di undici anni stiamo parlando. In un certo senso, voi lo conoscete già. Seguitemi e vi spiego ogni cosa, fatemi ‘sta grazia».

Il villano indicava un punto nell’oscurità, verso la strada principale che si inerpicava lungo la collina. Mistretta si sporse in avanti, ma oltre il cono di luce si sarebbe potuto credere che il mondo non esistesse più. Solo il nitrire affannato di un cavallo, a pochi passi di distanza, suggerì al dottore che fosse il caso di partire.

Il ronzino prese a muoversi con solenne distacco, estraneo a quella pulsione di fretta che aveva assalito un’antica dimora nelle campagne sottostanti. Durante il tragitto, il medico apprese che la famiglia Iacono era appena rientrata in paese, dopo esser mancata per oltre un decennio. Tempo dopo, più di qualcuno avrebbe giurato di aver scorto don Roberto Iacono alla guida di una carrozza, quella notte, con il cappello calato a nascondere il volto e le scapole raccolte come un gatto impaurito. Ciò che nessuno avrebbe potuto sospettare era che nella medesima carrozza viaggiassero anche la moglie e il figlio di lei, Vincenzino.

Il viaggio verso la Sicilia era iniziato una settimana prima da Brindisi, dove il signor Roberto Iacono ricopriva incarico prefettizio. La ragione del ritorno era una questione ereditaria rimasta troppo a lungo in sospeso. Già prima di superare lo Stretto, il piccolo Vincenzino aveva manifestato una grave astenia, aggravandosi di giorno in giorno. Così, conclusi in tutta fretta gli affari, la famiglia si era vista costretta a rientrare nella proprietà di Castroreale per una breve sosta, sfidando il rischio di nuove occhiate malevole e arcigni sberleffi.

Il fedele contadino terminò il suo racconto proprio quando la villa degli Iacono iniziava a intravedersi tra i riflessi della luna. Una volta dentro, il dottore venne accompagnato in una sala da pranzo che aveva sì mantenuto il lusso di un tempo, ma come corrotto da quella antica tossina che erode ogni gioia, che scioglie abbracci e maschera sorrisi. Nella stanza era presente Roberto Iacono, prefetto di Brindisi. Al suo fianco si trovava una domestica, mentre Vito Lo Presti si sistemò davanti al focolare, immerso nei suoi pensieri.

Il dottore Mistretta giudicò che non fosse il caso di cedere a facili riverenze e, senza indugi, esortò i presenti ad accompagnarlo al capezzale del malato. Solo la governante forestiera fece strada lungo un ampio corridoio parzialmente illuminato, mentre Roberto Iacono e il vecchio contadino rimasero a discorrere a bassa voce di fronte al camino.

Pena tacita trasudavano le lenzuola, insieme a un acuto lezzo di anticaglie. La bella Caterina Iacono sedeva accanto al malato, il volto chino, gli occhi persi in una profonda mestizia. Forse, un tempo, ella era stata sposa zelante e fedele. Eppure, nessuno in paese poteva dimenticare quella domenica di molti anni prima, quando, sul far della sera, un colpo di lupara aveva squarciato il silenzio.

Don Roberto l’ammazzò, don Roberto l’ammazzò!

Questo sussurrarono i vicini, che per tutto il pomeriggio avevano lanciato occhiate furtive verso il viale d’ingresso, fino a scorgere la figura di don Roberto Iacono di ritorno al galoppo, inatteso. E pressappoco così strillò una vecchia comare, la quale, nel terrore che il cornuto potesse volgere il fucile verso di lei, incespicò e ruzzolò giù per dieci e più scalini. Fu lei l’unica sciagurata vittima di quella domenica, spirata dopo una notte di lunga agonia.

Don Roberto non aveva ucciso nessuno, e questo il medico di Castroreale fu tra i primi ad apprenderlo. Il colpo sparato in aria aveva segnato, al contempo, la fuga del giovane amante e l’infamia della moglie fedifraga. E quella sera stessa, in tanti osservarono — o ricordarono di aver osservato — la carrozza degli Iacono voltare l’angolo e abbandonare il paese per sempre.

Di fronte agli occhi del dottor Mistretta giaceva ora il piccolo Vincenzino, il volto esangue, il respiro affannoso. Al termine della visita, la prima impressione parve la più verosimile: febbre persistente, cefalea continua e rigidità nucale lasciavano supporre un’infiammazione delle meningi di origine infettiva. Durante l’osservazione, il paziente non aveva manifestato particolare fotofobia, ma si riferivano episodi ricorrenti di vomito nelle ultime giornate.

Esattamente questo, parola per parola, fu il quadro che il dottor Mistretta pensò di delineare al farmacista Ferraù, quando propose di chiedere il suo consulto. La richiesta dovette però passare per un inatteso vaglio preliminare, da parte del contadino Lo Presti:

«Con tutto rispetto, ma che minchia mi sta a significare? Voi siete il medico; volete farmi credere che vi giova la parola di Ferraù? Quello è buono solo a cantare storie tutto il giorno. Se serve aiuto, io sono a vostra disposizione».

«Signor Lo Presti, il farmacista Ferraù è persona stimata e saprà fornire pareri più puntuali dei vostri, non credete? Se temete per la discrezione…».

«Discrezione? Con Ferraù? Ma vi pare tempo di coglionare?».

Intervenne don Roberto Iacono, il quale posò la mano sulla spalla di Lo Presti e lo invitò a sedere.

«Vituzzu, statti calmo. Se il dottore ritiene utile l’intervento di Ferraù, allora sarà il caso di chiamarlo in tutta fretta. Rimani a sua disposizione e segui ogni comando. Sono entrambe persone assai stimate, questo non l’ho dimenticato ancora».

«E che gli devo cuntare, a Ferraù, quando mi domanda dove andiamo?», sbottò Lo Presti, scattando nuovamente in piedi.

«La pura verità. Sono certo che il dottor Mistretta ci farà la cortesia di parlare con Ferraù in privato, prima di lasciarlo entrare. Vedete, dottore, non ho avuto tempo di abituarmi a quel mormorio sommesso che ha accompagnato le nostre gesta lontane. E non vorrei udirlo ancora, in una notte come questa».

Il vecchio fu quindi condotto a ridestare Ferraù, mentre il dottore Mistretta fornì a don Roberto Iacono una prima opinione sulla faccenda. Della signora Caterina non si parlò neppure per fosche allusioni, tanto che, osservandola attraverso la soglia della camera di Vincenzino, al medico parve quasi di poterla confondere con le dame ritratte sui quadri appesi alle pareti.

 

«Ma tu ci capisti qualcosa, di ‘sta storia? A me pare che don Roberto sopportò già abbastanza disgrazie. La verità, sai qual è? Che la volontà di Dio si può evitare solo per un poco. Guarda con cosa ci tocca fare i conti, adesso. Te lo dico io, quel giorno li avrebbe dovuti ammazzare entrambi».

Almanaccava a bassa voce, il farmacista Ferraù, tenendo un panno a coprire la bocca mentre Mistretta si adoperava con il paziente. Non pensiate, però, che il farmacista fosse buono solo a ciarlare: appena giunto in casa Iacono, egli si era dato da fare per alleviare la febbre con acido salicilico e infuso di salvia, condividendo l’amara intuizione del dottore.

«Don Roberto non ci chiamò per fare cortile, Peppù. Della sua storia parlammo a sufficienza tanti anni fa, e non mi pare il caso di ritornare sull’argomento. Non è uomo tale da covare lunghi rancori, e alle volte è sufficiente riconoscere le colpe proprie e altrui; lo spirito cristiano fa il resto». 

«E la signora Caterina, tu l’hai sentita pronunciare parola? Anche lei avrebbe preferito levarsi di mezzo tanti anni fa, stammi a sentire. Che era stata ingravidata io l’avevo capito subito, ricordi? Fu per quel motivo che partirono, non perché don Roberto scoprì la tresca. Anzi, Dio sa da quanto andava avanti! E adesso lei è costretta a tornare sul luogo del misfatto, senza sapere cosa l’aspetta prima che faccia giorno».

Mistretta tardò a rispondere, egli stesso imbarazzato dalla fiumana di ciniche illazioni; poi, sussurrò con un fil di voce:

«Tutti sanno cosa sta per succedere in questa casa, come sanno che siamo giunti troppo tardi. Il caruso andava ospedalizzato a Messina, già ieri l’altro». 

Sin dall’arrivo del farmacista, Caterina Iacono aveva ceduto il suo posto per tornare a sedere davanti al camino. Sulle sue pupille volteggiavano i riflessi vermigli delle fiamme, come danze di remote giocondità. Nessuno le rivolse la parola, neppure quando il medico si avvicinò a Don Roberto per invitarlo alla camera del morente. In quel momento, sul petto di Vincenzino danzava però lo stesso fuoco che la madre osservava dalla poltrona.

Mistretta e Ferraù non erano riusciti a ridestare il giovane. Tuttavia, tra gli affusolati spiragli delle palpebre, due luci opache fissavano ancora i dintorni. Seguendone la direzione, si sarebbe potuto credere che mirassero oltre le pareti adombrate della stanza, verso la sala da pranzo. Avrebbero proseguito lungo il patio e fino ai terreni intorno alla dimora, della cui rovina Vincenzino era stato innocente colpevole. Il suo sguardo sarebbe poi corso oltre lo stretto, via da quella terra e da quella gente, lontano dalle lacrime aduste della madre e dai frequenti malumori dell’uomo che credeva essere suo padre.

Scoccate le ore due della notte, si perse invece tra quelle pareti lo sguardo muto di Vincenzino. 

Il dottor Mistretta e il farmacista abbandonarono la camera a testa china, approssimandosi a Vito Lo Presti. Con sorpresa di entrambi, fu proprio quest’ultimo a informare la signora Caterina Iacono, che abbandonò la poltrona come ci si solleva da un dubbio atroce.

Fino all’alba, Mistretta si trattenne in villa per aiutare don Roberto Iacono a sveltire le pratiche e organizzare il trasporto di suo figlio. Così lo chiamò, il signor Iacono, rifuggendo dallo sguardo del dottore in ragione di quella lontana abitudine che lo spingeva a celare ogni sentimento dietro un diffidente corruccio.

A lavoro ultimato, il vecchio Lo Presti propose di accompagnare il medico di Castroreale a casa, prima che il paese si ridestasse. Sul cavallo ancora insonnolito percorsero la breve salita. Fu Mistretta a spezzare il silenzio, non appena iniziò a intravedere la sua dimora tra i raggi del primo mattino:

«Lo Presti, me la levate una curiosità? Perché, tra tutti, don Roberto ha avvertito proprio voi del suo arrivo? In quella casa, la vostra presenza mi è parsa la più strana».

«E che mi sta a significare? Io sempre servo del signor Iacono sono stato. Chi altri poteva chiamare?».

«Di servi ne aveva a tinchitè, don Roberto. Ma voi non mi avete dato l’impressione di muovervi come un servo. Ricordatemi, eravate presente quella sera, quando la famiglia lasciò il paese? Mi pare che andaste anche voi a cercare il misterioso amante della signora, che si era dato alla fuga».

Il vecchio rimase in silenzio, dondolando sulla groppa del cavallo. Mistretta proseguì:

«Eravate in molti a inseguire il colpevole? Confesso che per tutta quella sera pensai che Roberto Iacono fosse ancora in tempo a perdere la testa e fare una strage».

«Dottore, vi ho già chiesto di non parlare con nessuno di quanto accaduto stanotte. Se vi cunto tutto, dovreste farmi una seconda promessa di sangue, e assai più gravosa della prima. Meglio allora che andate a riposare, perché le promesse sono come i piccioli: più se ne raccolgono e meno valgono».

Giunti a destinazione, i due si salutarono cordialmente. Vito Lo Presti accompagnò il suo mesto sorriso con un cenno della mano, flemmatico e austero, come di chi volesse attardarsi nel congedo. La sua uscita di scena ricordò a Mistretta l’ultimo giorno di vita del figlio del contadino, il giovane Duccio Lo Presti, che, in sella a un mulo, aveva omaggiato il dottore con lo stesso gesto di saluto. 

Insieme alla sua bestia, Duccio era scivolato da una scarpata il giorno successivo alla partenza della famiglia Iacono. Di lui, in paese, si ricordava ormai ben poco. Ragazzo riservato e sonnolento, Duccio Lo Presti aveva abbandonato la vita come si fa con un fastidioso interlocutore o un amante troppo insistente; in fretta e senza troppe spiegazioni.

Nel rimestare quel lontano passato, il dottor Mistretta non riusciva a ricordare se qualcuno avesse davvero visto gli Iacono partire la domenica in cui il tradimento era stato scoperto. Il paese ne conservava una memoria nitida: c’era chi aveva scorto la carrozza allontanarsi, le tende scure serrate a lutto, guidata da un mezzadro. 

Tuttavia, un dettaglio remoto, sbiadito dal tempo, parve riaffiorare alla mente del medico: qualche giorno dopo la fuga, Vito Lo Presti, padre del povero Duccio, aveva caricato su un carro parte della biblioteca di casa Iacono e si era diretto oltre i confini del paese. Egli aveva messo da parte il dolore per il figlio al solo fine di recare alcuni volumi al suo signore.

Mistretta ricordava bene che il carro era coperto con un telo nero come il lutto. Lo ricordava anche il farmacista Ferraù: mai avaro di motteggi o pettegolezzi, egli aveva concluso che don Roberto dovesse provare vergogna non solo per le qualità della consorte, ma persino per quelle dei suoi libri, giacché aveva celato l’una e gli altri con pari sollecitudine. Sotto un telo nero finisce tutta la faccenda, ed è proprio il caso di dire che chi s’è visto s’è visto! Pressappoco così aveva sentenziato Ferraù, prima di calare la sua mano vincente.

Chi s’è visto s’è visto. Tuttavia, su chi avesse visto i coniugi Iacono allontanarsi in quella notte, su chi avesse scorto il volto dell’amante e su chi avesse assistito al fatale incidente di Duccio, nessuno avrebbe potuto pronunciarsi con altrettanta risolutezza.

Quando infine la sagoma del contadino svanì oltre la collina, il dottor Mistretta fece per entrare in casa e mi vide sopraggiungere a cavallo. Dapprima, rifiutai di consumare con lui la colazione, giacché gli affanni di quel tempo mi tenevano assai occupato. Cedetti solo per deferenza, annunciando che mi sarei trattenuto per pochi minuti. Sedemmo di fronte alla sua scrivania, sorseggiando del latte di capra. Raccomandandomi il silenzio, egli giurò che avrebbe raccontato la vicenda di quella notte solo a me. E io giuro di non averla raccontata che a voi.


Alberto Ferrante nasce a Catania nel 1995. Trent’anni dopo, alla Sicilia resta legato da un tenue filo di racconti, memorie e inquietudini senza tempo. Quando non scrive legge, e quando non legge scrive. I suoi testi inediti subiscono frequenti strapazzate donchisciottesche nel nome del più vano degli ideali, quello della parola perfetta. Questo approccio alla scrittura gli è valso i caldi elogi di sua madre, entusiastici ed eremiti. Nel settembre 2025 fonda Rivista in Sospeso.