“Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità.”
– Dialogo della Natura e di un Islandese, Giacomo Leopardi
6:30
Si svegliò alle 6:30 sotto un cielo sereno. O meglio, si svegliò sotto il soffitto che reggeva in equilibrio quattro piani di condominio sopra di lui, ma più in alto si stendeva in effetti il già menzionato cielo. Fece colazione con uno yogurt magro, di cui sciacquò la confezione prima di gettarla nella spazzatura, e poi si fece una doccia tiepida. Uno shampoo antiforfora, una maschera e un bagnoschiuma due in uno dopo, l’uomo si pettinava i capelli di lato con i primi cinque denti della spazzola. Indossò una giacca blu con cravatta coordinata, sopra una camicia. Bevve l’ultimo sorso di caffè, che si lasciava sempre da parte per questo momento, e uscì di casa con il manico della valigetta in pugno.
Scese le rampe di scale e, arrivato al piano terra, incrociò lo sguardo con una vecchia avvolta in una vestaglia che annaffiava le piante abbandonate accanto agli zerbini.
– Ma che eleganza, Seba! – gracidò lei con un sorriso.
– Oggi mi servirà – rispose proprio lui, il nostro Sebastiano Regazzi. Dunque, riabbassò lo sguardo e le sfilò accanto, verso l’uscita.
– Aspetta un attimo – lo richiamò la vecchia – Hai qualcosa sui pantaloni, lì sotto – Sebastiano drizzò le spalle e si chinò sulle proprie braghe.
– Dove? Che cos’è? – qualcosa nella sua voce composta di un attimo prima gli si spezzò in gola. Poggiò la valigetta contro la parete e tese l’orlo dei pantaloni tra le dita per tastarlo meglio.
– Ah, ma no, ma no – la signora lo interruppe divertita – È solo un goccio d’acqua, ora si asciuga! – e, detto ciò, sollevò sopra la testa l’annaffiatoio e con un’unghia indicò all’uomo una crepa impercettibile, ma grande abbastanza da lasciare una scia di goccioline sul pavimento – Questo aggeggio ha quasi la mia età!
– Sarà anche il caso di dargli una sistemata, signora – disse lui riafferrando la valigetta – Non vorrà mica allagare l’ingresso.
– Che simpatico che sai essere, Seba – rise di gusto lei – Al giorno d’oggi, non è da tutti prenderla così sul ridere!
Ma la bocca di Sebastiano rimase stretta tra gli incisivi. Inconsapevole di cosa la vecchia trovasse tanto divertente, l’uomo si allontanò mentre lei agitava la mano in aria per salutarlo, tra singhiozzi allegri.
Uscì e s’infilò in macchina: una berlina blu che avrebbe voluto essere più lunga di quanto non fosse. Quando il motore si accese e le ruote girarono, rivelò la scritta gialla sull’asfalto: Riservato Regazzi.
7:50
Venti minuti dopo, quel tale Sebastiano Regazzi ascoltava la musica orribile che passava al mattino per l’unica stazione radio che era mai stata trasmessa nella sua macchina. Fermo al quinto semaforo rosso del tragitto, l’uomo controllava l’attaccatura dei propri capelli nello specchietto. Dunque scattò il verde e senza pensarci su, così come per le quattro volte precedenti, pestò sull’acceleratore. Se non fosse che stavolta, sì, proprio questa volta di cui abbiamo la fortuna di dirci testimoni, apparve a un metro dal radiatore un bambino che ruzzolava per strada inseguendo un pallone.
A Sebastiano andò di traverso la saliva e pigiò sul freno con entrambi i piedi. La madre, intanto, aveva già strattonato il bambino al sicuro sul marciapiedi. Al sicuro, però, non fu il paraurti posteriore del nostro protagonista. Una botta scosse l’abitacolo, direbbe Sebastiano stesso, ma in realtà non ci fu più di un buffetto tra le due macchine che quasi non si erano mosse. Ma fu abbastanza per essere percepito dall’orecchio dell’uomo.
Una scossa attraversò il corpo di Sebastiano dai piedi ai denti, lì dove si incastrò una profanità troppo pesante anche per queste pagine. L’uomo si aggrappò alla maniglia per balzare fuori dalla portiera prima che l’autista alle sue spalle si allontanasse. Fu in strada in un istante. Nell’utilitaria appoggiata al paraurti sedeva un anziano che lo fissava con tanto d’occhi da sotto la tesa del cappello. Sebastiano bussò al finestrino e incrociò le braccia.
– Insomma! Dove hai preso la patente, alle giostre su in paese?
– Le ho… le ho fatto qualche danno? – il signore alzò le mani sopra il volante.
– E come vuoi che lo sappia, se non ti levi di lì? – sbraitò Sebastiano, piegato sopra il finestrino mentre le macchine lo schivavano sterzando sulla corsia opposta. L’altro mise in moto e indietreggiò.
– Allora? Niente? – la tesa del cappello spuntava dal finestrino.
– Dammi un secondo almeno, porca di quella troia… – si chinò tra le due macchine – Qui, mhh… no, no va bene. Fa’ vedere un po’ qui, pare a posto… e questo? Ah, no, vabbè…
– Quindi? – insisteva con un filo di voce l’altro. Sebastiano si tirò su e prese a stendersi l’abito con i palmi delle mani.
– Va’, facciamo che siamo a posto così. Ma solo perché sono di corsa, adesso, guarda un po’ che semmai ricapitasse una cosa del genere io non sarò- – ma non fece in tempo a snocciolare neanche una delle minacce che aveva pronta che l’altro si era già infilato nella corsia più a sinistra ed era scomparso, insieme al resto del traffico, dietro una nube di benzina bruciata. Qualcuno gli suonò il clacson per invitarlo a levarsi dalle balle. Così il lavoratore tamponato si voltò e riaprì la macchina che aveva chiuso nonostante non avesse in programma di allontanarsi, così: per scrupolo. Ma insieme al clic delle portiere, cadde lo splat di una cosa ben più brutta, e cadde da un’altezza incalcolabile, proprio sulla spalla del nostro protagonista.
– Puttana Eva, no! Dai, non è possibile! – Sebastiano gridò verso il cielo e poi riabbassò lo sguardo sulla giacca, dove un disgustoso grumo bianco-grigio, con qualche tocco di verde e una sfumatura che aveva un che di rame riposava, tiepido, in netto contrasto con la giacca. A quel punto suonarono ancora alle sue spalle.
– Un attimo, santo cielo! Non hai visto ‘sta roba? Che schifo! – ma, per quanta furia ci mettesse, le sue grida non penetravano negli abitacoli delle altre macchine. Si sbottonò la giacca e la gettò sui sedili posteriori, dunque si rimise alla guida del bolide.
– Al giorno d’oggi uno stile più informale è apprezzato, dai – Sebastiano mormorava con il volante in pugno – La giacca, che vuoi che sia… lo posso accennare magari, se mi guardano storto… un contrattempo, non ho mica bisogno di dire nulla di più, è stato un contrattempo porca miseria, mica è colpa mia – e questo è più che sufficiente a riassumere i minuti di litania a cui il nostro protagonista si dedicò.
8:20
Dieci minuti dopo, Sebastiano Regazzi, proprio quel Sebastiano Regazzi, giungeva all’ombra dell’edificio di otto piani che lo aspettava per svolgere le sue mansioni. L’automobile scivolava trai parcheggi. Qui e là spuntavano degli alberi che avrebbero preferito essere legna da ardere. Ed eccolo là, ecco il parcheggio libero. Una manovra pulita, in due movimenti, e Sebastiano tirò il freno a mano. Un’ultima occhiata allo specchietto, una calibrazione del colletto e fu fuori dalla macchina. Batté la portiera, ma con il bam della gomma di guarnizione giunse uno splat orribile che si lanciò sulla nuca dell’uomo.
Saltò e si dimenò, scosso da un disgusto di proporzioni monumentali. Sebastiano Regazzi era da solo nel parcheggio. E ciò era una gran fortuna, perché un passante dal cuore debole avrebbe certamente sofferto una tale oscenità.
La materia abominevole scivolò nel colletto dell’uomo e sulle sue orecchie. La temperatura del liquido sfornato da un didietro di volatile causò in Sebastiano un conato di vomito che lo piegò in due sull’asfalto. Solo qualche minuto dopo, riuscì a mettersi davanti ai finestrini della macchina per osservare il proprio riflesso. Che dire: uno spettacolo orribile, senza appello. Con la violenza della caduta, la melma aveva spettinato il ciuffo accuratamente ingegnerizzato e ora colava sulla pelle e, cosa più importante, sulla sua camicia.
– Porca puttana! – batté un pugno sul tettuccio – Non ci credo, non può essere vero.
Eppure, come potete voi stessi notare, è tutto vero. Tutto schifosamente vero. Rimase a lungo lì, a guardare il proprio riflesso con disprezzo. Mise mano al ciuffo, ma il peso della merda di piccione lo intimorì al punto da abbandonare ogni speranza.
– Fanculo! – sbottò, prima di infilarsi di nuovo in macchina.
11:30
Un dito compose un numero e una mano afferrò la cornetta. Chi, il proprietario? Ma si capisce, quello stesso uomo di cui si è parlato poco fa, quel Sebastiano Regazzi che nel frattempo si era avvolto un rotolo di carta igienica sui capelli.
– Pronto? Sì, guarda… non riesco a venire oggi a lavoro, mi dispiace – mormorò.
– Prego? Ti rendi conto che il Licaoni è già qui in ufficio che ti aspetta? – rispose dall’altro lato una voce scortese.
– Poco importa, ho avuto un incidente mentre venivo… la macchina, sai… – improvvisò lui.
– Ma se stai chiamando dal fisso di casa, Regazzi! Non prendermi per il culo! – tremò nei suoi timpani, ma Sebastiano ritenne di non dover aggiungere altro e ripose la cornetta. A quel punto, varcò ancora una volta la soglia di casa, ma stavolta prese a salire le rampe di scale. Due piani più in alto, bussò a una porta da cui pendeva un cartello che recitava live laugh love.
Aprì una signora esile, vestita di nero, che sgranò gli occhi nel vedere il turbante di carta igienica sulla testa del visitatore.
– Sebastiano mio, come ti sei combinato? – levò le mani al volto dell’uomo.
– Mamma, dov’è che stava la roba del nonno? – chiese bruscamente lui.
– La roba del nonno? E a che ti serve, mo’? – lei inclinò la testa in avanti come se lo stupore le pesasse sulla cima della fronte.
– Non farmene parlare, sia mai che ti faccia male al cuore – scosse le mani di fronte alla madre – Dimmi dove sta e non ti preoccupare, andrà tutto bene.
– Sulla mensola in corridoio, quella più in alto… – ma non ebbe finito di spiegare che Sebastiano si spinse dentro casa scostando la donna con una spalla.
– Resta qui, torno subito – disse lui senza nemmeno voltarsi.
La povera madre rimase sull’uscio aperto con le dita intrecciate in grembo. Alle sue orecchie arrivarono presto svariati rumori metallici. Aspettò lì mentre si contava e ricontava le dita che, senza troppe sorprese, apparvero sempre essere dieci, non una di più non una di meno. A un tratto i suoni terminarono e rispuntò il figlio con un sacco nero sulle spalle. Baciò la madre sulla fronte e la salutò.
– Ah, ho scordato di rimettere a posto la scala – disse lui voltandosi all’improvviso, già sulle scale.
– Tranquillo tesoro, me ne occupo io – gli sorrise lei con apprensione.
– Grazie, mamma.
12:00
Pochi minuti dopo, quel medesimo Sebastiano Regazzi di poco prima stava ritto con il suo turbante di carta igienica sul tetto del condominio. In braccio stringeva un fucile impolverato che in una vita passata aveva ammazzato mezzo reggimento di tedeschi, si raccontava. Il sole splendeva perpendicolare sul cemento spoglio del tetto. Nell’angolo più assolato, appese a cavi sottili, le mutande dei condòmini battevano nel vento.
In un istante come un altro, un colpo esplose dalla canna di metallo con gran fracasso. Un nugolo di piccioni si levò in cielo, fino a diventare puntini contro l’azzurro.
– Bastardi! Ma vi piglierò, eccome! – Sebastiano roteava un pugno in aria, rivolto ai puntini scomparsi.
Poi si rivolse ancora al fucile, lo spiò e smosse qualche leva qui e là. Dunque, si avvicinò al parapetto affacciato sul tetto del condominio antistante. Lì, due piccioni ciondolavano le teste con dentro gli occhi inespressivi di bestia e il loro gvu gvu monotono. Attento a non spaventarli, l’uomo poggiò il calcio del fucile contro la barra di metallo che lo divideva dal vuoto. Si chinò dietro al collimatore fino a che il suo occhio non fu allineato con l’occhio del piccione più a destra. Ingoiò un respiro profondo e avvicinò l’indice al grilletto, ma proprio in quell’istante, quando portava in avanti il proprio peso così da poter prendere la mira con maggior cura, il parapetto cedette.
La prima barra di ferro, su cui poggiava il fucile e che era ridotta a uno spettro da anni di mancate manutenzioni, si staccò e precipitò nel vuoto. Assieme a quella, il fucile sfuggì di mano all’uomo. Ma, cosa più importante, nella caduta dell’arma il grilletto andò incontro all’indice proteso di Sebastiano. Per errore, esplose un colpo verso il basso e con questo si sollevò una polvere bianca che schizzò anch’essa sopra le strade, insieme al frastuono del colpo. I piccioni dal lato opposto intuirono fosse meglio levarsi di torno e si alzarono in volo con un gvu gvu di assenso. Sebastiano, invece, fu sbalzato indietro dalla polvere da sparo e cadde con il culo sul cemento, col fucile stretto a stento per l’estremità del calcio. Lo sbalzo all’indietro, per quanto imbarazzante, fu provvidenziale. Lo sparo, infatti, aveva staccato il pezzo di tetto che si affacciava sul precipizio, e così aveva sradicato in quel tratto il parapetto, che era caduto e si era portato via tutto ciò che stava attorno.
– Merda… – sussurrò lui, osservando la polvere di cemento che gli calava addosso, ancora a terra – Così forse non funziona.
Mise mano al sacco nero e ne allentò il laccio in cima, lasciando il fucile bollente accanto a sé. Un suono di cianfrusaglie, vecchie quanto le ossa di un bisnonno mai conosciuto, si animarono dentro al sacco da cui comparì un cilindro di cuoio. Il cilindro, che era stato un contenitore per le razioni di vecchi patrioti, cadeva a pezzi per la muffa. Poi, il nostro protagonista si alzò in piedi. La gamba gli faceva un male atroce. Zoppicò fino alle mutande stese al sole, dove staccò con i denti uno dei fili tesi, prima da un lato e poi dall’altro. Lo avvinghiò attorno al cilindro del nonno. Lo rimase a fissare per qualche attimo, ma non più di quello. Sebastiano, infatti, si illuminò subito soddisfatto e si rovistò nelle tasche dei pantaloni. Ne tirò fuori una barretta proteica senza zucchero, di quelle che al palato sanno di intonaco e lettiera, marchiata Plus Forma. Ne aprì la confezione e la sbriciolò dentro alla borsa di cuoio. Soddisfatto, l’uomo poggiò l’aggeggio di sua creazione in un angolo del tetto e si allontanò tenendo stretta un’estremità del cavo.
Ma Sebastiano non riuscì nemmeno a zoppicare fino alla fine del cavo che un rumore di impatto provenne dal cilindro, che rotolò di lato. Qualcosa vi si era gettato dentro, attratto dalle briciole. L’uomo si contrasse in fibrillazione e strattonò il cavo, così da chiudere l’apertura della borsa. Un gvu gvu si levò, ovattato, dal cuoio.
– Ah! Ma allora era così semplice! – si gustò il gvu gvu insistente – Siete davvero delle bestie idiote – commentò ghignando.
17:45
Sebastiano Regazzi, sì, proprio quel tale di cui avete letto fino ad ora, sventolava il fucile del suo antenato all’interno del garage sotto al condominio. Dopo l’incidente sul tetto, una macchia di sangue si era allargata nel turbante di carta igienica, che la polvere di cemento aveva fatto aderire perfettamente al ciuffo scompigliato del nostro eroe.
Il garage era vuoto a sufficienza da far riecheggiare anche il più piccolo passo. Contro una parete era addossata una scarpiera dalle ante scardinate, da cui si affacciavano dei sacchi. In un angolo, invece, era stato abbandonato un motorino privo della ruota anteriore e perciò poggiato sopra una pila di mattoni. Ma, cosa più importante, uno sgabello di legno era collocato precisamente sotto l’unica fonte di luce lì dentro: una lampadina spoglia, retta dal cavo germogliato dal soffitto. Sopra lo sgabello, nel mezzo del pavimento, stava il porta-razioni del nonno stretto nel fil di ferro dei panni e coperto da un tovagliolo. Gvu gvu.
Sebastiano passeggiava attorno allo sgabello, con gli occhi fissi sulla trappola ricolma della sua preda. L’aria era densa di spore di muffa. Di colpo, afferrò un’estremità del tovagliolo e lo gettò lontano. Così, rivelò la testa del piccione intrappolato. Le sue piume iridescenti brillarono. La bestia chiuse d’istinto le palpebre, rapita dal fascio di luce. Quando riaprì gli occhi, si trovò sotto lo sguardo del suo carceriere.
– Finalmente siamo qui, faccia a faccia – Sebastiano ghignava, con una rabbia che gli stava a malapena negli occhi. Il piccione, da parte sua, piegò il capo di lato, così come i volatili fanno sempre quando intrappolati nel seminterrato di un uomo armato.
– È inutile che mi guardi così: non ti lascerò andare – e con queste parole l’uomo roteò il fucile scalcagnato sotto la lampadina. Il piccione lo guardò con le palpebre strette, prima di esprimersi con un sereno gvu gvu.
– Abbiamo un conto in sospeso, noi! E mi devi delle spiegazioni! – Sebastiano scattò in avanti con furia e proiettò l’ombra della bocca di fuoco sulla testolina piumata.
– Ma io non ti conosco proprio, non so di cosa stai parlando… ero lassù a mangiar briciole, quando tu…– rispose il piccione con voce tranquilla, prima di essere interrotto dal rapitore.
– Balle! Sono Sebastiano Regazzi, dice niente? Ti ricorda nulla su quanto successo stamattina?
– Il mio nome è Arnold – proseguì pacato il volatile.
– Non fare il finto tonto, sai! – gli occhi di Arnold scomparvero dietro la canna del fucile – Ora voglio che mi dici una cosa: perché? Cosa vi ho mai fatto, io? Certo, quando avevo nove anni vi avevo messo gli spilli nelle briciole di pane, ma mi sembrava ci fossimo chiariti su-
– Te lo ripeto: io non ti conosco – disse l’uccello senza attendere che l’altro si zittisse – E non ho idea di cosa facessi con gli spilli.
– Ascolta… – batté due volte la cima dell’arma contro il becco di Arnold, che si ritrasse come poteva – Ci deve essere un motivo per cui accanirsi così su un pover’uomo, okay? Scagazzato così, nel tragitto per un colloquio importante… – a queste parole, Sebastiano sussultò e volse lo sguardo alla propria spalla.
– Mi dispiace ti sia capitato questo – Arnold scostò il capo dal fucile e annuì all’uomo, come a invitarlo a proseguire.
– Voglio sapere: perché? Solo questo, perché? – Sebastiano indietreggiò e abbassò il fucile, mentre si portava una mano alla fronte.
– Sebastiano caro, pari proprio un bravo ragazzo… un gran lavoratore – e a quelle parole l’uomo risollevò lo sguardo sul prigioniero – Però mi sorge un dubbio – e seguì un’occhiata obliqua da volatile.
– Sentiamo – il rapitore si ritrovò in tasca delle briciole, dunque le offrì all’uccello. Arnold beccò l’aria senza cambiare espressione.
– Su, forza – lo incalzò Sebastiano. Il piccione per un attimo beccheggiò là dove gli riusciva di allungarsi, prima di schiarirsi la gola.
– Tu lo sai che né io né i miei simili abbiamo uno sfintere? – Arnold ruotò la testa così da piantare lo sguardo laterale negli occhi del carceriere.
– Io… se ci dovessi pensare un attimo, forse… – Sebastiano cominciò a balbettare e si guardò le mani.
– È molto semplice, Sebastiano – l’uccello mosse il becco attorno alla sagoma dell’uomo – Io, beh, noi… noi piccioni non decidiamo dove farla, capisci? La facciamo e basta.
– Come no! – sbottò Sebastiano – E allora, oggi? Tu sai cosa è successo!
– Un caso – Arnold sprofondò il capo nelle piume del collo.
– Cazzate! Quelli erano colpi precisi – sottolineò le parole unendo indice e pollice accanto alla bocca – Precisi, ti dico! Un piano studiato per rovinarmi, un piano mosso dall’odio!
– No, Sebastiano caro – il piccione sospirò – Vedi, quando voliamo su, in quel cielo a cui mi hai strappato… noi mica vi guardiamo, neanche pensiamo a voi, altrimenti ci verrebbe una gran nausea a pensare alle vostre vite relegate a terra.
– Capiscimi, anche a noi piace fare una corsetta ogni tanto, per sgranchirci un poco le zampe, ma voi… dai, guardati: cosa sono quelle? – ad Arnold scappò una risata nel puntare il becco contro le scarpe verniciate dell’uomo.
– Questo non c’entra niente! – sbraitò lui, risollevando il fucile così da strappare l’iride del prigioniero dai suoi piedi.
– Ma certo che c’entra – l’uccello non si scompose – Quello che ti sto dicendo è che voi umani non esistete nei nostri pensieri: noi voliamo, battiamo le ali, frulliamo le piume… tutto qui. Per questo ti ripeto che non c’è nessun piano, ma solo il caso.
– Peggio, molto peggio! – Sebastiano batté il calcio del fucile contro il motorino derelitto – Secondo te, il disastro di oggi sarebbe solo sfiga? Mostruoso!
– Perché, Sebastiano? – dal becco fuggì un quieto gvu gvu – Noi voliamo e la facciamo, quando viene e come capita: non siamo tuoi nemici.
– I nemici a volte servono – il carceriere si avvicinò con due lunghi passi a fucile spianato.
– A cosa servono i nemici, Sebastiano? – Arnold spalancò gli occhi sotto l’ombra ritrovata dell’arma.
– A giustificare.
– Che cosa?
– L’odio! – Sebastiano pigiò l’estremità del fucile contro le piume grigie e colorate – Io ti detesto, e odio tutte voi bestiacce caganti!
– Sebastiano! – il piccione alzò la voce, premuto contro lo sgabello dalla bocca da fuoco – Questo non serve a niente. Non riesco davvero a capire cosa ti passi per la testa.
– Se non posso odiarti per il tuo attentato alla mia carriera, allora ti odio per quello che fai, per come voli, per come caghi – gli occhi dell’uomo erano gonfi del sangue pompato dall’ira e dalla polvere di cemento incastratavi dentro.
– Ma non ha nessun senso! È solo come vanno le cose, Sebastiano – Arnold tentava senza troppo impegno di sfilare l’occhio dalla canna di metallo per incrociare lo sguardo del rapitore – Lo sai quanti dei miei cugini ho visto stramazzare a terra e sfondare le vetrine dopo un boccone dal bidone sbagliato?
– Bene! Meglio! – da sotto le labbra del carceriere comparvero gli incisivi affilati.
– Non hai capito! – sospirò Arnold – Sono vittime collaterali, incidentali…
– Pensi di farmi sentire in colpa? Io non ho nemmeno mai ammazzato un uccello, neanche un passerotto – rise lui – Non ancora.
– No! Fammi finire… – sospirò – Sono vittime collaterali di un sistema che funziona.
– Non me ne frega niente di voi, lo capisci? – la luce lampeggiava sul becco di Arnold con il dondolio del fucile, la cui ombra andava da destra a sinistra e da sinistra a destra.
– Ma io sto parlando anche di te! Voi avete la vostra città, i vostri bei palazzi, le vostre grandiose tavole calde… ma ogni tanto uno di noi si fracassa il cervello sull’asfalto perché batte su un vetro ben lavato o ingoia del veleno per topi – il piccione sollevò la testa per assicurarsi che l’altro lo stesse ascoltando – Noi, invece, abbiamo i nostri nidi, i nostri svolazzi: qualcosa di bellissimo… ma ogni tanto la facciamo su di voi. Non perché ci vada, noi non c’entriamo nulla! È come funziona!
– E questo sistema fa schifo – sibilò Sebastiano.
– Anche quello che ti è caduto oggi in testa fa schifo, eppure ci serve – gonfiò le piume del petto – Cosa vuoi fare, buttare giù tutto? Ti rendi conto che, rispetto a quanta ne facciamo, quella che casca su di voi è un niente?
– Non m’interessa delle tue statistiche! Mi interessa che oggi mi avete rovinato la vita! – il grido spettinò le piume del prigioniero.
– È un caso! Il costo per una società che fa stare bene in tanti, non lo vedi?
– No che non lo vedo! Tante persone che stanno bene dove le vedi, tu? – pestò un piede a terra – L’unica cosa che ho per la testa è la mia giacca smerdata.
– Ancora!
– Sì, ancora – sputacchiò – Non penserai certo che scorderò tutto solo perché stai qui a parlarmi di come il mondo funzioni bene.
– Non puoi farci niente – Arnold lasciò andare a una risata – È più grosso di te, un sistema più grande di ogni uomo o piccione.
– Stamattina, una vecchia demente mi ha detto che ridere dei nostri problemi è una cosa nobile, che dovremmo farlo più spesso – Sebastiano vide il piccione annuire – Cazzate, dico io! E chi le cambia le cose, poi?
– Non certo tu, non in questo modo – insistette Arnold – Siamo come tralicci. Non porta a nulla opporci se qualcuno si appollaia su di noi, o ci taglia o ci brucia…
– Non dimentichi una cosa? – rise gravemente Sebastiano – Tu sei legato nel mio seminterrato.
– Cosa c’entra? – l’uccello socchiuse gli occhi sotto le palpebre, che per un attimo tremarono. L’altro lo incalzò con il fucile.
– A quanto pare le cose non possiamo cambiarle, né tu né io… ma io posso farti saltare l’intestino contro la parete, se mi riesce – pigiava sempre di più l’arma contro il volatile.
– Non risolveresti nulla, Sebastiano! È solo violenza! – la voce dell’uccello si incrinò sotto il peso del metallo.
– E magari qualcuno vedrà il tuo sangue e penserà che forse il sistema non è così intoccabile – il rapitore fece divagare uno sguardo sognante sulle pareti – Se ci mettessimo tutti d’accordo, forse…
– Idiota, un piccione in meno non fa nessuna differenza! – la voce di Arnold si spezzò in un lamento disperato.
– Fuori di qui no, forse – Sebastiano strinse gli occhi in una smorfia maligna – Ma qui, ne sono certo, qui dentro sì – si batté l’indice sul turbante di carta igienica, da cui era iniziato a scendergli un rivolo di sangue giù per la guancia.
– Il tuo odio non ha senso! I piccioni nemmeno ci pensano a… – ma le ultime parole di Arnold furono portate via dallo scoppio della polvere da sparo e dall’esplosione delle piume iridescenti. Un manto di sangue si posò in un attimo su Sebastiano e sul resto del garage con un suono familiare. Splat.
Sebastiano Regazzi, quello stesso Sebastiano Regazzi che poche ore prima ricontrollava le istruzioni su come fare il nodo alla cravatta, lasciò cadere il fucile del suo avo con un tonfo. Poi, prese a passeggiare verso il muro opposto, per il gusto di osservare le interiora di Arnold come decorazioni contro il cemento, che già prima puzzava da fare schifo. L’uomo allungò il viso in un ghigno e quindi si voltò verso la saracinesca. Si passò la lingua sulle labbra. Andò al tastierino, dove stava l’interruttore per aprire, ma non appena il dito si avvicinò, Sebastiano sentì un suono familiare provenire dall’altra parte. Gvu gvu, si sarebbe detto, sì.
L’uomo si drizzò e tese le orecchie. Possibile che avesse sentito bene? Laggiù trai garage del condominio? Aveva più senso pensare si trattasse di uno di quegli strani rumori che solo i seminterrati sanno inventarsi: un tubo che perde, un circuito datato… Ma giusto quando il battito del cuore dell’uomo cominciava a calmarsi eccolo di nuovo: un distinto gvu gvu. Che dire, non c’erano dubbi stavolta, il suono era proprio quello. Ma era anche peggio! La mano tesa di Sebastiano prese a tremare quando si aggiunsero altri gvu gvu e quelli ancora presero a moltiplicarsi dietro la saracinesca gvu gvu gvu gvu. Una scheggia di cemento piantata nella coscia dell’uomo prese a pulsare, calda, e Sebastiano cadde a terra accanto al fucile che aveva ammazzato così tanti tedeschi ma anche un piccione. Gvu gvu gvu gvu insisteva oltre lo strato sottile di metallo, e andava aumentando gvu gvu gvu gvu al punto da divenire assordante, al punto da far sembrare ridicolo che un attimo prima Sebastiano avesse potuto dubitare di aver sentito un gvu gvu venire da lì fuori.
Un tremore febbrile si impossessò dell’uomo. I denti gli balzavano qui e lì nella bocca, le braccia si aggrappavano l’una all’altra nel tentativo di tenersi ferme ma i gvu gvu gvu gvu gvu gvu non facevano che crescere, che gonfiarsi ossessivi nei corridoi interrati gvu gvu gvu gvu gvu gvu.
– Basta, basta! – ululò con voce di pianto – Siamo pari adesso, lasciatemi andare!
Ma l’unica risposta che venne dall’altro lato fu l’impietoso infittirsi dei gvu gvu gvu gvu gvu gvu gvu gvu.
Giovanni Dedemo nasce nel 1999 a Vittorio Veneto. Giurista e organizzatore di eventi culturali, pubblica il suo primo romanzo – la Grandiosa Epopea del Condominio Amedei – nel 2020. Nel 2024 il racconto breve Le Orecchie vince il premio della giuria popolare Ateneo dei Racconti e viene messo in scena a teatro, il suo secondo romanzo – Bambola – vede la luce nel 2025. Opera sul territorio italiano tramite diverse associazioni culturali e come giurista conduce ricerche sui diritti delle popolazioni indigene americane.
