Sono seduto sul cofano di una vecchia auto, nel parcheggio di un fast-food, il Roman Jakobson degli adolescenti che brillano dietro le finestre a nastro appannate dal fiato dei primi amori. L’insegna a neon ride della pioggia con scatti che abbacinano gli avventori. Tra le antenne, garrisce la bandiera del Grande Stato che ha da poco trovato una soluzione alla crisi climatica: il Generatore che, di tanto in tanto, vibra nella notte e ripulisce il vento, purifica gli atomi, fonde i laghi e l’argento.
Sono i nostri cuori ad alimentare il Generatore. Non è un modo di dire. Alle quattordici in punto, ogni giorno, il governo ci ricorda quanti risultati ha raggiunto la medicina moderna, che ci permette di vivere anche senza le palpitazioni. Più un cuore è «virile e moderno», come dicono loro, più produrrà energia cardiaca. E poiché non si può dare per scontata la partecipazione civile, il governo ha previsto una serie di premi in denaro per incentivare le donazioni.
Io sono pieno di debiti. Guardalo, il mio cuore. Una polpa con le vene turgide e qualche strana crosta bianchiccia. È un poco annerito in alcuni punti, ma tutto sommato è un bel pezzo di cuore. Non puzza neanche. Di dieci punti ritiro che ho visitato, nessuno lo ha voluto acquistare. Ho visto gli addetti alla valutazione prendere il mio cuore, posarlo su una bilancina e borbogliare: «troppo pesante, troppo amore e troppo odio, troppo tutto, una brutta qualità»; le poche volte che mi è andata bene, gli operatori hanno usato bisturi e microscopio. Mentre io già pregustavo l’importo dovuto per la donazione, loro scavano dentro ai tessuti mollicci. Poco dopo, mi restituivano il pacchetto. Malattia, dicevano, desiderio o irrazionalità.
Adesso, la pioggia picchia sulla carne irrancidita. Qualche pelo si è attaccato alla membrana vischiosa. Mi chiedo se sia il caso di pulirlo o di lanciarlo nella pattumiera più vicina, insieme agli hamburger e ai fazzoletti sporchi di maionese.
«Me ne andrò a vivere nella capitale! Ora che posso!»
A un certo punto, dal fast-food esce una comitiva di liceali. Tutti sfoggiano con orgoglio la cicatrice sul lato sinistro del petto. Ha la forma di una S, che gira intorno al capezzolo dei maschi e delle femmine, senza differenza. A me ricorda il profilo della nostra costa, nel silenzio del porto. A giudicare dalle buste che gli studenti si trascinano dietro, i loro cuori devono essere stati valutati al miglior prezzo. Sotto i diciassette anni, il comitato di valutazione paga di più «purché le ragazze siano vergini e i ragazzi non abbiano bizzarre inclinazioni che alterino le frequenze»; non devono neanche spostarsi: nelle scuole hanno installato dei punti di ritiro all’avanguardia.
Guardo la mia povera roba, guardo il luccicore delle loro guance, che tremolano di eccitazione sotto i faretti del manifesto per le scelte vegane. Qualcuno mi spinge da dietro. Il cuore mi sfugge di mano. Rimbalza di qualche metro verso le strisce di un posto libero per le moto. Un omaccione entra nella jeep alle mie spalle e accende i motori. I faretti mi accecano. «Mi scusi» dico, e mi rendo conto che nella vita non ho fatto altro che scusarmi, perché la ritenevo una forma di gentilezza.
Adesso ne parlano durante le pubblicità, ne parlano le televisioni che sono rimaste, ne parla lo spregiudicato mondo dei social, come Patchwork per le anime gemelle.
«La gentilezza è la chiave di un buon affare» incitano, «Un cuore gentile è più appetibile per il mercato.»
Non so quanto questa affermazione sia vera. Ho visto gente piangere sull’uscio dei punti di ritiro, strapparsi i capelli e rompere le sale d’attesa. Mi sono sempre comportato bene! – urlavano, e in effetti a me parevano tutte persone a modo. Se non fosse che il Generatore aveva bisogno, scientificamente parlando, di cuori forti, non di cuori eleganti; e con forza si intendeva non solo la potenza delle pulsazioni cardiache, ma anche una serie di parametri sconosciuti a noi comuni mortali. Il grado di sopravvivenza, per esempio. Se avevi anche solo una stilla di depressione, quelli se ne accorgevano e ti scartavano prima ancora di arrivare all’analisi preliminare. C’era anche un grado di rettitudine, che estrapolavano dalle sonorità del battito: tum, tum; troppo sesso, troppo poco, pulsioni erotiche di dubbia provenienza, tracce di infezione sentimentale.
Io so di avere parecchi difetti, ma non credo di essere il peggiore cuore sulla piazza. Mia madre e mio padre avevano ragione a dire che presto avrei capito l’importanza del denaro. Non ho più niente. Non una casa, non un lavoro, ventott’anni che pesano sulle spalle del futuro come fossero milioni. Nelle tasche qualche truciolo di matita e un cuore che non riesco a svendere neanche nelle bettole del mercato nero.
Le stelle s’imperlano nel canto elettrico della città. Mi sono dato un’ultima notte per vivere. Saranno le dieci di sera. Ho tempo fino all’alba perché qualcuno compri il mio cuore. Altrimenti, mi lancerò dal ponte che arrugginisce il fiume. Forse è per questo che non ho clienti.
«Che ci fai tu qui?»
Jeanne è più bella che mai, anche attraverso la catena che tiene socchiusa la porta davanti alle mie scarpe. Ha quarant’anni e li indossa con il giusto tempo, che qualche volta spezza con le calze a rete, quando deve uscire con un amico. Adesso, si presenta a me in vestaglia. Dal salotto in penombra, arriva il fruscio del ventilatore, che sbatte contro il mio muso l’olezzo della pasta riscaldata in microonde, perché «ora che i miei figli se ne sono andati, non vale la pena cucinare» – lo ripete spesso, quando vuole giustificare i suoi pasti lampo.
«Allora, che vuoi? Che ci fai qui?»
Glielo dico senza mezzi termini.
«Ho bisogno di scopare» e lo dico con il singhiozzo, sicuro che mi abbia sentito anche la figlia dei vicini, barricata nella sua stanza all’ultimo piano, al di là del vialetto. Jeanne guarda distratta l’orologio, controlla il corridoio alle sue spalle. Si gratta le punture di zanzara sulla caviglia destra.
«Non c’ho voglia, oggi» sbotta e sta per chiudere la porta, quando le piazzo davanti il mio cuore che, dopo il salto nel parcheggio, è ancora più bagnato e gli si è attaccato su uno scontrino.
«Solo tu puoi aiutarmi! È chiaro! Lo dicono i bollettini del governo! Fare l’amore fa bene al cuore!»
Jeanne arretra sempre più disgustata da quell’ammasso venoso che respira nella mia mano.
«Lo devo vendere entro stanotte, Jeanne! Non ho un soldo! Ci sono le bollette, lo studio, i materiali, e devo pur mangiare! Ormai, ai colloqui prendono solo i senza-cuore, e vogliono pure la ricevuta per sapere quanto t’hanno valutato! Ti prego!»
Credo mi abbia accontentato per pietà e che se ne sia uscita anche molto insoddisfatta. Abbiamo scopato sul divano, accanto al tavolino di plastica con la pasta che fumava, davanti al televisore spento e temo di aver guardato più l’ombra sbiadita delle nostre forme sul vetro bombato, che non la verità dei nostri orgasmi. Intanto, il cuore è accanto alla cena, ne assorbe l’effluvio, suda quanto il tocco di burro sulle rigature dei cannelloni; quanto più mi si ingrossa il furore, tanto più esso si gonfia, ma un attimo dopo spira attraverso la gommosità delle sue bocche muscolari.
Jeanne si addormenta dopo un paio di carezze. Sul suo rossetto, rimane impresso il suono dell’ultima saggezza da madre. «Tu devi pensare meno, devi tirarti su, sempre pessimista sei stato»; e quando io mi accuccio sul suo seno, nel silenzio interrotto dal mio battito, mi rendo conto cos’è che non funziona.
Jeanne conserva ancora le fotografie dell’ex marito. C’è l’uomo con i due pargoli il giorno della laurea, insieme in vacanza tra le cascate del Sud America. Mi metto seduto e tendo l’orecchio alle ombre. Le stanze dei ragazzi sono sempre uguali, con i poster e le coperte in attesa. Jeanne è stata sposata, Jeanne ha dormito in ospedale dopo il primo parto, ha subito un divorzio. Lei il cuore lo ha ancora dentro la cassa toracica e non credo lo venderà, ma il suo cuore è assai più appetibile del mio, che non ha mai sentito il peso di niente di concreto. Ho sognato di mogli e di figli, di lavori in fabbrica, di tradimenti.
«C’è una terribile infestazione onirica» mi avevano detto, all’ennesimo controllo «Un cuore così, dubito che qualcuno lo acquisterà. Se sei fortunato, ci ricaverai qualche spicciolo.»
Mi infilo i pantaloni, metto il cuore in una busta, indosso il cappotto e vado via senza avvisarla. Ormai è mezzanotte. Jeanne abita poco distante da un Campo di Allevamento. Lei lo detesta. Il giorno dell’inaugurazione, mi chiamò in lacrime: «tu non sai che fanno là dentro! Sono tutti bambini! E lo sai chi ci lavora? Quel tuo amico, Mico!»
All’apparenza, il Campo di Allevamento vicino casa di Jeanne è un semplice agglomerato di casolari in mattoni bianchi. Tra la geometria dei cortili e il timido scricchiolio dei viali, marciano bambini di età compresa tra i due e i dieci anni, insieme alla polizia del governo che li spalleggia a ogni passo. Ufficialmente, non è mai stato dichiarato cosa accada nei Campi di Allevamento. Si parla di accoglienza, di istruzione, le solite promesse. Jeanne mi ha detto che questi bambini non piangono mai, non ridono e non urlano.
«Fanno la lotta, e non possono giocare ad altro. Studiano matematica e quelle robe lì… Non lo so, ma li drogano! Ne ho la certezza. Gli danno una roba che impedisce loro di parlare.»
Una volta, partecipai a una protesta davanti al Campo di Jeanne. Spararono sulla folla, senza un attimo di esitazione. Dalle torrette e dai cancelli. I bambini guardavano i corpi morti cadere a terra e non dicevano una parola.
C’è sempre bisogno di cuori. A volte, il ricatto economico non basta. Le nostre università si sono a lungo prodigate nel dimostrare che l’infanzia produce il cuore migliore: «I bambini sono immuni alle infestazioni cardiache e alle cisti. In loro, il legame tra le crisi dell’esistenza e la salute cardiovascolare non è sviluppato. Sono il nostro stadio primitivo. Per questo motivo, i loro cuori producono il settanta per cento del fabbisogno energetico statale.»
In ogni caso, non ho scelta. Mi apposto nell’oscurità lasciata dai grossi riflettori. Con un balzo, salto da un segmento d’ombra all’alto. «Pss!» fischio, schiacciato contro il muro che costeggia il cancello d’ingresso.
«Pss! Dico a te! Ho un’offerta da farti!»
Ci sono due guardie. Entrambe indossano la divisa bianca, che si specchia nella luce di latte. Appena uno dei due uomini mi guarda, subito sgattaiolo vicino a lui. Gli infilo la mano nella busta di plastica.
«Lo senti?» ansimo «È tutto tuo. Me ne bastano cinquecento. Domani mi portano via lo studio e io devo lavorare. Faccio il pittore. Lo puoi rivendere per gli esperimenti. Non mi importa più.»
Succede tutto in un attimo. L’uomo mi schianta il calcio del fucile contro il mento, mi atterra, comincia a prendermi a calci. Arrivano gli altri.
«Cuoremarcio!»
«Cuorepallido!»
«Cuorefiacco!» gridano gli sbirri.
E invece di continuare a picchiare me, come dovrebbe essere la loro prassi, mi rubano il cuore dalle mani e iniziano a giocarci come fosse una palla. Se lo calciano a vicenda, lo strizzano, se lo passano sulla patta dei pantaloni. Uno di loro ci piscia sopra, mentre uno scarpone mi schiaccia contro l’asfalto.
«Per favore! No! È tutto quello che mi resta!» supplico. Da un’arteria schizza fuori del grasso.
A quel punto, Mico corre giù dalla sua torretta. Entra nella ressa, si becca un paio di pugni sulla schiena. A mani nude, incita la pace e la calma e un poco di misericordia per quelli come me. Deve rivestire un alto grado nella gestione della sicurezza, dato che in poco tempo i suoi colleghi mi liberano. Gli porgono persino un fazzoletto per pulirmi la faccia. Assieme al fazzoletto, delle scuse.
«Ci penso io a lui, dico davvero» si affretta a dire Mico «Cercate di capirlo… non tutti sono abbastanza fortunati da…»
Ha l’abilità di tramutare le frasi fatte in una prova di eloquenza. Non mi meraviglia che nella cerchia famigliare passi per un intellettuale, uno di quelli che dovrebbe scrivere un libro, e in effetti ne ha scritti parecchi. Di poesie, che io ricordi. Mi tiene stretto sotto al suo braccio e mi porta sul retro del Campo, dove è parcheggiata la sua macchina, una Ford vintage quanto basta per ricordare i bei tempi di suo padre.
«Non puoi portarmi in infermeria? Ce l’avrete un’infermeria!» boccheggio, mentre Mico si affaccenda sulla mia faccia con il suo fazzolettino.
«Nessuno può entrare senza autorizzazione. Stai fermo, lo so che fa male, ma zitto! Non urlare!»
Quando ha finito con me, Mico mi passa una bottiglietta d’acqua e si dedica al mio cuore. Lo maneggia con delicatezza, ci soffia sopra prima di disinfettarlo con un detergente spray per le mani. «Non ho altro, mi spiace» si scusa.
«Quant’è che non ci vediamo?» gli dico.
«Sei anni.»
Mico prende un sacchetto di carta dal fianco del mio sedile. Se lo pulisce sulla divisa, prima di infilare il cuore al suo interno. Lo chiude con diverse strizzate che mi formicolano dietro la nuca. C’è qualcosa di rilassante in questo suono.
«Cerca di averne più cura.»
«Per quello che conta.»
Il sacchetto di carta ha abbassato il tono. Tum-mh: ormai persino il mio cuore pare essersi rassegnato al suo destino. Io e Mico parliamo per ore. Gli offro una sigaretta, ma lui è un salutista, uno che ogni mattina si prodiga a fare jogging e con finta modestia s’inchina ai commenti del vicinato che apprezzano in estasi quella sua fusione di gentilezza e poderosa virilità. Parliamo per ore, e io accarezzo l’ordine delle caserme. Oltre i tetti d’amianto, io lo so, io lo sento: che l’azzurro sta arrivando e il sole spinge contro la pozza urbana.
«Mia moglie ha un ottimo lavoro in ospedale. Magari può lavorarci su, può fartelo uscire nuovo di zecca.»
Mico palpeggia il volante, neanche fossimo in viaggio. A volte, muove la testa bionda a ritmo con un motivetto che non esiste. Lo aiuta a superare l’imbarazzo, credo.
«Un tempo, non mi parlavi mai di lei» affermo.
Mico finge di non capire.
«Sono sempre il tuo unico uomo?» gli domando.
«Che cosa c’entra adesso?»
«Rispondi, avanti. Per quello che importa. Non lo andrò a dire ai tuoi colleghi, meno ancora a tua suocera. Hai sempre avuto una certa grazia nel lamentarti della tua quotidianità. Dei pranzi, delle feste, della famiglia. Un vero martirio al sapore di caffellatte.»
Mico si lancia su di me. Credo mi abbia baciato, o che mi abbia dato una spinta tanto forte da farmi finire fuori dall’auto. Il sacchetto di carta ha una contrazione.
«Non posso fare altro per te. Stammi bene.»
I fari abbacinano il riquadro di cemento nel quale sono intrappolato. Le grate di ferro vibrano nella solitudine. Alzo gli occhi al cielo. La sincerità. Pensavo che almeno la sincerità mi avrebbe aiutato. Nel sacchetto, l’organo affanna e lo trovo di due taglie più piccolo. Penso al fiume che scorre sporco di petrolio. Altri cuori-fiacchi mi vedranno cadere, quelli che cercano di rianimare le vibrazioni cardiache con miscele di detersivo e aspirine, da inalare mentre i ratti scavano nuove tane d’amore.
Le porte del mio studio si spalancano. «Ciao mamma, ciao papà. Sì, tutto bene oggi» dico e vado in camera mia. Ho dipinto sui muri, ho dipinto sul pavimento, e sono certo che presto o tardi mia madre mi spedirà lei stessa in un campo di lavoro. Ho dipinto sulla carta e sulla stoffa. Ho dipinto Jeanne e i suoi figli, Jeanne che legge una rivista a fumetti, la casetta di Jeanne con le sue nostalgie.
Mi fiondo sulla scrivania. Un pennello non va bene, una penna neppure. La luce scatta e ronza: il Generatore ha bisogno di più cuori, domani andranno a prenderli. La morte fiuta il mio sudore.
C’è una fetta di formaggio, un piatto e un coltello. Lo afferro. Mia madre bussa alla porta. Punto la lama contro il suono della sua voce. La lampada si spegne. Un sospiro: «lo avevano detto che oggi ci sarebbero stati dei cali! Vieni di sotto: la cena!»
Agguanto la busta che si è incollata alla forma ansiosa del mio cuore che batte. La getto sulla scrivania. A occhi chiusi, sarà più facile. Un’ultima notte per vivere: Dio mio, era il testo di una bella canzone!
Il coltello precipita verso il basso. Un soffio, qualcosa mi sfugge di bocca. Sangue, saliva, un nuovo mondo! Afferrò il cuore appena pugnalato e arranco verso il letto. Ci salgo in ginocchio. Il muro, un passaggio: una città diversa e un diverso stato. Uomini e donne, ci posso riuscire! La rotondità di un viso.
Il cuore, ormai ridotto a una spugna sfrega contro la parete scalcinata. Sulle vecchie bozze, sulla crosta della mia insistenza. Riesco ad abbozzare la forma di un viale e qualche albero, i passanti, una città in festa! Dipinta con sangue troppo pallido. I cuori impilati tra le casse del Generatore sono trattati bene, svezzati e coccolati: è così che si sopravvive.
Sto per cadere. Entra la morte e va bene. Diranno di me: «avrebbe dovuto controllare quella sua anemia, che sangue pallido! Aveva un cuore senza mercato, ma almeno sapeva disegnare. Peccato non lo abbia firmato.»
Nata a Napoli nel 1995, Silvia Tortiglione si laurea in Filologia Moderna con il massimo dei voti e una tesi sulla dimensione onirica nei romanzi di Donatien-Alphonse-François de Sade. Negli anni ha curato diversi blog di approfondimento culturale, tra i quali il più recente Tuipack che ospita contributi da autori emergenti e consolidati. Attualmente, lavora come editor e ghostwriter, continuando a esplorare le forme del racconto tra realismo e visione. Nel 2025 il suo romanzo “Il mangiatore di stelle” è arrivato finalista al premio Neo dell’omonima casa editrice.
