Il ladro Dottore, in una località del centro della Sicilia, ha sparato con un cannone sui carabinieri.
Non si comprende come questo ladro abbia potuto nascondere un cannone agli occhi della polizia; ma io credo che in molte case di campagna, coperto di sacchi e abiti smessi, occultato da arazzi davanti ai quali vengono accesi i lumini nelle sacre ricorrenze, ci sia nascosto uno dei piccoli cannoni abbandonati dai tedeschi nella loro ritirata. Ho assistito in campagna a conversazioni fra brava gente nel corso delle quali un bambino veniva cacciato via a pedate come sciocco e impertinente per avere cominciato un discorso con le parole: «Il cannone nostro, papà…».
Tempo addietro, durante i torbidi che ebbero come effetto la distruzione del palazzo municipale di Catania, accadeva che il cliente di un salone si sentisse soffiare nell’orecchia, fra il brulichio della saponata: «Vuole acquistare una partita di bombe a mano?».
«Ma che diavolo dici?»
Il barbiere affilava il rasoio nella palma sinistra: «È sempre bene averle in casa!».
«Ma io non so usarle!»
«Oh, è semplicissimo! Sono bombe a mano lasciate dai tedeschi! Basta gettarle, e scoppiano!»
Nel mercato cittadino, ragazzi, accovacciati dietro le tende, gridano al passante: «Pillole! Pillole! Ho le pillole!». (Si trattava di bombe.)
Il brigante Dottore, lo stesso che ha sparato col cannone sui carabinieri, inseguito, alcuni mesi fa, dalla polizia, e vista completamente circondata la casupola in cui s’era ridotto, è uscito come un forsennato e, gettando a destra e a manca bombe a mano tedesche, ha spianato cinque case rustiche e s’è dileguato verso le montagne lasciando dietro di sé gli effetti di un’incursione aerea: famiglie atterrite, rovine e bestie uccise.
I briganti sotto il regime fascista, specie nell’ultimo periodo, non si fecero sentire.
Nego che questo fosse dovuto alla paura, come non credo che la mancanza di opere d’arte eccellenti, sotto il regime fascista, fosse dovuto alla censura. Briganti e artisti languivano, ciascuno ad altezze diverse, per la medesima povertà di ossigeno. Le opere d’arte (specialmente quelle musicali e figurative) non erano proibite: ma le fantasie erano morte per mancanza di alimento. Così i briganti: la polizia, sebbene ferocissima, non avrebbe trattenuto i più violenti dal compiere le loro imprese, ma essi non sentivano più né estro né voglia, in una società che aveva un sacro rispetto per la noia. Ai piedi di questa smorta divinità, piuttosto che ai piedi della Paura e della Legge, essi sacrificarono il loro destino di briganti.
Mi è stata raccontata la storia di uno di costoro, il brigante C., un’ottima pasta d’uomo che, licenziatosi nel 1927 dalla sua banda e dalle sue abitudini, menava vita ritiratissima e casalinga, sognando torpidamente la fine del fascismo. Scoppiata la guerra, le sue speranze si ravvivarono, ed egli teneva, per molte ore del giorno, immersa nell’onda di radio Londra quella testa che, affacciandosi dall’alto dei muri, aveva atterrito il passante. In fondo, la sua vita non era diversa da quella che conducevano a Roma molti scrittori e giornalisti. Egli credeva che soltanto i vecchi antifascisti, quelli «che non avevano mai avuto la tessera», potessero comprenderlo: ignorava che, invece, la sua fresca rabbia, la sua implacabile speranza, la sua aspra certezza avrebbero trovato una più profonda comprensione ed accordo nell’antifascismo delle generazioni che uscivano, rosse di vergogna e di collera, da una giovinezza «ingannata»: al tavolo di Aragno o delle Giubbe Rosse, il signor C. si sarebbe trovato a suo agio.
I letterati avrebbero di sicuro cavato da lui un personaggio per i loro racconti, ed egli avrebbe imparato dai letterati quel modo illuminato e violento di credere nella sconfitta dell’Asse, per cui la ragione, senza perdere le sue virtù e il suo peso di ragione, superava nell’impeto lo stesso fanatismo. D’altro canto, le spie di Aragno o delle Giubbe Rosse, abituate ad apprendere le notizie, prima che dalla radio italiana, dalle facce dei loro spiati, avrebbero letto nella fronte del signor C., non meno chiaramente che in quella di un poeta, lo sbarco degli Americani in Africa e la caduta di Singapore, scritta questa in nere rughe e quello in un rosa giovanile.
Ma il signor C. viveva in un piccolo paese della Sicilia, e solo due volte al mese si recava a Catania a visitare «gli amici che la pensavano come lui». La visita più importante era quella ch’egli faceva dopo cena a un medico di riguardo, un vecchio antifascista, presso il quale si raccoglieva un gruppo di medici e di avvocati «senza tessera», il cui pollice aveva lasciato un segno nei registri della questura. Si trattava di persone la più parte degne di rispetto e di ammirazione, che avevano il sommo pregio di portare nel petto, sin dal 1919, un antifascismo senza macchia, ma talune, perché non dirlo?, anche il difetto di averlo lasciato invecchiare e illanguidirsi. L’abitudine all’insuccesso aveva generato in queste ultime un’amarezza che col tempo era diventata piacevole e indispensabile come il sapore di un vizio. L’ospite, più di ogni altro, sembrava affetto da questo male: secondo alcuni maligni, egli avrebbe rinunziato al piacere di vincere piuttosto che a quello di amareggiarsi.
C’è in verità una disperazione che spera unicamente e rabbiosamente in se stessa, ma io non credo che il medico soggiacesse a un sentimento così cupo. Penso invece, ch’egli volesse dominare il suo uditorio con una saggezza vecchio stile, rovistandosi lungamente la barba prima di trovare un no o un sì, e facendo capire che, oltre le facili e chiare ragioni dei suoi amici violenti, ce n’erano altre, al di là dei giornali e dei libri che essi avevano letto, in giornali più antichi e libri assai rari, in punti estremamente lontani della cultura che egli solo riusciva a raggiungere con l’occhio della mente.
Se i suoi amici dicevano: «L’Inghilterra vincerà…» egli aggiungeva: «Sì… Badate però… Bisogna pensare che…». Ma i suoi discorsi, che riuscivano ad avvolgere in una nuvola di dubbi perfino un esercito immenso come quello sovietico, erano sempre mescolati ai discorsi degli altri, e il signor C. poteva uscire da quello studio alquanto confortato. Disgrazia volle che, una sera, egli trovasse il medico solo e per giunta pallido e infreddolito. La conversazione, che si svolse fra i due, fu lunga, lenta, ma io non posso riferirne che poche battute.
«Mi pare che le cose vadano bene!» disse il brigante per cominciare.
Il medico s’afferrò la barba di sotto in su, torcendola attorno al mento; poi, con la barba serrata nel pugno, si mise a scuotere la testa.
«Cosa vuol dire, professore?» incalzò C. trepidando. «C’è paura che le cose non vanno bene?»
«Mah!»
Ci fu una pausa.
«L’America manda aiuti, mi pare!» riprese il buon brigante.
«Sì, l’America manda aiuti ma sa, lei, dove arrivano?»
«Dove arrivano?»
«In fondo al mare!»
«Tutti?»
«Non tutti… ma, insomma, una buona parte!»
«Che mi dice, santo Cristo? Vossignoria mi fa sudar freddo!… Ma, l’America gli farà la guerra, no?»
«Gli farà la guerra, di sicuro» borbottò il medico, sottolineando ironicamente il monosillabo. «Ma lo sa, lei, dov’è l’America? L’ha vista in carta geografica?»
«Sì, su per giù…»
«Lontano, caro amico, lontano!»
Ci fu un’altra pausa.
«E l’esercito sovietico?»
Ci fu una terza pausa. Il brigante credeva di aver vinto, quando il medico brontolò: «Temo che non abbia uno Stato Maggiore!».
Alcune ore dopo, il signor C., che in vita sua non aveva mai battuto ciglio, né sofferto mai di nulla, nemmeno di un mal di capo, rincasava con un febbrone da cavallo, battendo i denti e tremando. La moglie si mise le mani nei capelli: la faccia del marito, alterata dalla febbre, le sembrava irriconoscibile e spaventosa. Quella montagna d’uomo si buttò sul letto di traverso, in modo da occuparne le due piazze e lasciando sospesi in aria i piedi ancora calzati delle scarpe. Tutte le coperte della casa gli furono ammucchiate addosso perché egli non finiva di tremare.
«Ma che hai? si può sapere che hai?» ripeteva la moglie aggirandosi attorno a quel letto carico di febbre, smania, dolore, freddo. Il marito soffiava miseramente rompendo le parole con l’abbondanza stessa del fiato. Solo verso sera i suoi lamenti si fecero comprensibili. «M’ammazzò!» ripeteva il poveruomo. «M’ammazzò, il professore!… Persi siamo! Non c’è speranza!… Persi siamo!»
Quel brigante atterrato da un professore alla lunga fece pena a Dio che gli mandò una strana quanto benefica «mancanza di rispetto». Una mattina egli pensò: “Che diamine ’ncucchia, il professore?… Fesserie!». E subito dopo che ebbe pensato questo, guarì. (Ncucchiari in siciliano significa: mettere insieme cose strampalate, imbrogliare.)
Nel 1943, essendosi le retroguardie tedesche annidate nelle grotte che circondano Centuripe, il brigante, che conosceva quei luoghi a menadito, guidò un intero battaglione di canadesi per sentieri sconosciuti ai tedeschi e agl’inglesi. Taluni sostengono che egli abbia diretto per quasi due ore una battaglia vera e propria; ma questa voce non ha credito. È invece accertato che molti occhi spaventati di donne e di vecchi videro il brigante C., in piedi su un carro armato, passare e ripassare per le stradette gesticolando impetuosamente. Gli ordini del suo braccio sinistro erano più chiari di qualunque ordine dettato o scritto, e arrivavano nei luoghi più lontani con la forza di un proietto. La manica destra, invece, ondeggiava fiaccamente. (Ho dimenticato di dire che il signor C. aveva perduto il braccio destro nello scontro con alcuni delinquenti, avvenuto nel 1920, in una giornata di scirocco fra nuvole di polvere.)
