In Cammino Verso la Libertà, di Marco Bertoli

È stato licenziato senza cerimonie, con quattro frasi ben tornite, come ha dovuto riconoscere. Se l’è presa? No: ai guai a venire ha trovato risarcimento nella figura elegante che è convinto di aver ritagliato sulla grisaille dell’ufficio; nel gruppo di pochi figuranti allarmati, forse presàghi d’identico fato, atteggiando di subito la persona in un ponderato contrapposto. Senza dare il minimo indizio di sorpresa né di contrarietà né d’amarezza. Parole, le indispensabili; un accenno col capo, un sorriso breve all’intorno, infine la porta richiusa alle spalle col sottinteso che fosse piuttosto lui a escludere loro.

Appena sul marciapiedi lo ha martellato in fronte il sole di luglio; a distanza di sicurezza dal luogo del disastro è entrato in un bar, ben deciso, prima di arrivare a casa, a ridursi sbronzo con l’impegno e la costanza di cui all’occorrenza è capace. E lì all’impiedi, davanti a una Gazzetta dello sport in arabo, ha bevuto due Campari Soda e una birra media, quindi, in un altro bar quasi dirimpetto al primo, due birre piccole, un Campari Soda e un Fernet Menta. Gli ordini a chiasmo non sono bastati a ubriacarlo; aveva lo stomaco in fermento, i denti molli, era triste e a quel punto anche rabbioso ma se non altro non era avvilito. Gli era di consolazione il pensiero che, a casa, nessuno lo aspettava a cui affabulare un resoconto, né spiegare perché, alle tre di un pomeriggio glorioso, con il sole uno squillo di tromba nell’azzurrità, lui andasse difilato a letto, pigiama e tutto: una certa pratica lo assicurava infatti, ora che fosse arrivato a casa, che anche la collera e il disagio fisico si sarebbero sfibrati ai vapori dell’alcol.

Che fatica quei tre piani in condizione menomata, che disagio la fobìa che gl’interdice l’ascensore. Raggiunge il pianerottolo col fastidio della sua pelle. Ho perso il lavoro, l’ho perso, ho il dovere morale di essere preoccupato, lo sento, ma non ce la faccio. A che preoccuparmi, se ho voglia di morire? Ma perché ha voglia di morire? Perché ha perso il lavoro, anzi, diciamolo bene, perché è stato licenziato, di nuovo, mandato via. Non hanno mandato via un altro, hanno cacciato via lui, io sono stato oggetto di quella loro speciale attenzione; di me, proprio di me hanno voluto liberarsi. Un fastidio tremendo a fior di pelle, come di scorticato e immerso in un barile di calce viva, e ha lasciato le chiavi di casa all’ex-lavoro.

È davanti alla porta di casa, senza le chiavi. Le ho lasciate sulla scrivania del posto da cui sono appena stato allontanato, questo vuol dire che mi toccherà tornare indietro e così addio anche alla mia bella uscita di scena, l’unica campata rimasta in piedi nelle macerie di questa giornata, che così rimarrà un disastro immedicato. Dovrò tornare lì donde mi hanno cacciato, bussare alla loro porta, spiegare delle chiavi e sapranno subito tutti che sono sbronzo come una fune. Un siparietto da scemo del varietà, da vieni-avanti-cretino in giubba a scacchi con la martingala.

Se invece ci non andassi, a riprendermi le chiavi? Se cioè rinunciassi proprio a entrare in casa? O meglio: potrei fare le finte con me stesso che ho perduto le chiavi chissà dove e convocare un fabbro, se questo non significasse mettere in moto una catena d’eventi che al pensiero mi scolora; non so dove trovare il fabbro, temo la spesa, comincio anche a non sentirmi bene. Ecco che cosa potrei fare, invece: nei campi dietro casa, coricarmi in un fosso fuori vista, dietro la spalliera del pioppi e lì, coperto di foglie morte e altro fracidume, o affondato addirittura nella mota, attendere la morte per fame – se fosse inverno ci andrei vestito da estate e morirei più in fretta assiderato, ammesso che fosse un inverno gelido come di fatto da queste parti non se ne conosce più. Comunque, anche adesso, potrei andare e stendermi nella roggia e nella fanga come mi sarei steso nel mio letto giusta il progetto originale, prima della scoperta delle chiavi, se avessi potuto entrare in casa mia, cosa che mi è impedita dall’aver io dimenticato le chiavi, e ora le ricordo e le vedo, ricordo il momento e vedo il punto della scrivania su cui ho posato le chiavi, sulla scrivania che occupavo al posto di lavoro dal quale oggi, subito dopo la pausa pranzo, sono stato mandato via, licenziato, per poco rendimento e chiari deficit relazionali e del resto ero in prova. Dunque mi adagerei nel fosso, mi ricoprirei di pacciame e altro non mi resterebbe che d’aspettare la morte per fame o per avvilimento. C’è da dire che è un tratto di campagna frequentato, quello: la gente coi cani, la gente che corre, di notte chissà quali creature e c’è il caso che qualcuno mi veda, mi voglia salvare, chiami la polizia…

Aspetta, e infatti non sarebbe male questa. Se non dovessi morire prima, dico, che resta l’opzione a ogni effetto più valida, a questo punto. Sarebbe un traffico noioso anche con la polizia ma più per gli altri che per me, e francamente lo preferirei a un ritorno indecoroso a quel posto di lavoro o al dover evocare il fabbro, compensarlo, averci a che fare, soprattutto. Così invece magari, boh, se faccio una scena muta m’internano, mi mettono in una casa-famiglia dove qualcuno si prenderà cura di me, anche sgarbatamente mi andrebbe bene, e io non dovrei preoccuparmi mai più di niente. Eh.

Ah, ma le chiavi! All’ex-lavoro si accorgeranno che le ho dimenticate, hanno il mio numero, mi chiameranno, capaci che me le facciano portare dal fattorino, perché a onore del vero lì conoscono di questi scrupoli di correttezza. Mi hanno mandato via perché non potevano farne a meno, e questa è la verità. E non mi troverebbero e forse darebbero l’allarme; la polizia risalirebbe a chi mi abbia visto inoltrarmi per la campagna: morale, dovrei la putativa mia salvezza agli artefici della mia rovina. Non so. Non so. Toh.

Toh.

Toh, le chiavi. Le avevo in tasca. Ma allora, quando le avevo cercate, dove’è che le avevo cercate, se erano in tasca? Sono proprio in tasca, nella tasca sinistra. Quelle che nel ricordo vedevo così precise, allora?

Ma che cosa diavolo è successo da stamattina? Mi hanno licenziato, va bene; cioè, non va bene. No. Ma poi, mi hanno licenziato? Questa mattina sono stato al lavoro? Non mi ricordo, non mi ricordo di essermi alzato stamattina. Non ricordo più cosa sia successo prima del secondo bar. So del primo perché so che dopo il primo c’è stato il secondo e io, per consuetudine e principio, non finisco mai di ubriacarmi dove ho cominciato. So che sono stato licenziato perché da ore, o almeno, dal secondo bar in poi, me lo vado ripetendo ma non ne ho una memoria vera e propria. La dico tutta: non mi ricordo, dovessi dirlo, se qualcuno mi domandasse, la dico tutta: non mi ricordo bene nemmeno dove lavorassi o che lavoro facessi. Se sapessi fare qualcosa potrei presumere che avessi fatto quella, ma non mi pare, non ricordo che fossi mai capace di qualcosa. Di certo (mi pare) so solo che sono seduto sulle scale davanti alla porta di casa mia, almeno mi sembra casa mia, ma non posso entrare perché ho perso le chiavi; mi sento nervoso e cattivo perché ho molto alcol nel sangue e non sono riuscito a ubriacarmi, e poi non mi sento bene perché e allora si vede che sono ubriaco, malgrado tutto. Butto per terra le chiavi. Mi viene sonno. Questo è l’ultimo piano o c’è un quarto piano in questo edificio, un quinto? Se mi stendo qui sul pianerottolo mi addormento. Poi forse quando mi sveglierò sarà andato tutto a posto. Forse non avrò più bisogno di cercarmi un lavoro; forse non avrò più bisogno delle chiavi o nemmeno di una casa.

Marco Bertoli è nato a Milano e abita a Genova. Traduttore editoriale dopo essere stato insegnante di liceo e giornalista, ha lavorato dall’inglese e dal francese per Mondadori, minimum fax, EDT, Il Saggiatore, Nutrimenti, 66th and 2nd, Comicon e altre case, specializzato in testi di musicologia.