Una coltre di bacheche, corrose dai tarli e dal ristagno degli anni, era il guscio che intrappolava Enea e la sua estenuante attesa di un varco, di una risoluzione ignota, pretesa da un tempo incalcolabile, che si era fatta baricentro oscuro e sola ragione di vita.
Sui vetri opachi e lungo il profilo catenario degli scaffali trascinava ogni giorno un panno di daino ormai lercio e liso, che esalava l’odore aspro della polvere e di un tempo che colava come catrame lungo i fianchi di una clessidra. In quell’interstizio di penombra, il tempo era un muscolo teso, un orologio senza lancette che segnava il battito dei suoi guardiani di metallo e porcellana, schierati a fissare il nulla.
Da fuori, la bottega appariva come una cicatrice inferta a una strada piatta, piallata da una modernità che ne aveva uniformato i volumi in un’esangue ripetizione di superfici. Lo sguardo del passante la sfiorava appena, scambiandola per un luogo abbandonato alla propria polvere. La porta, dal legno escoriato e scrostato, sembrava resistere solo per inerzia, sormontata da un’insegna i cui caratteri, ormai sbiaditi, erano una traccia appena leggibile di una funzione dimenticata. In un angolo della soglia, un groviglio di foglie d’acero, accese da un’ultima resistenza di carotene, aveva trovato riparo; si stringevano le une alle altre per sfuggire al destino di immarcimento che le attendeva sul marciapiede, quasi cercassero protezione in quell’unico luogo dove il tempo sembrava non consumarsi.
Enea curava la solitudine meccanica dei suoi oggetti, un groppo di materia inerte nella quale tentava di insufflare un disperato anelito di vita. Tra flaconi di acido e lenti d’ingrandimento, giacevano pazienti dai toraci scoperchiati: ballerine di stagno colte in un’eterna, immobile esitazione; uccellini canori i cui polmoni di mantice si erano inariditi sotto il peso di un secolo di mutismo. E, nell’angolo più buio del banco, un infante di porcellana il cui braccio meccanico si era arrestato nel gesto perpetuo di cercare una mano invisibile, ridotto ora a un tremito convulso di molle stanche, un’invocazione di soccorso conficcata nel vuoto.
Enea operava su quelle spoglie come un anatomista di bronchiature d’ottone, un cardiologo di scappamenti e ritmi latenti impegnato a restituire un battito a ciò che era nato privo di sangue. Le sue dita erano pronte a districare costellazioni di minuscoli ingranaggi. Era un’ostetricia applicata alla cenere, un esercizio volto a estorcere a quella materia morta un ultimo rantolo di vita.
Lo stesso rantolo che gli artigliava il petto. L’asma cronica abitava nei suoi polmoni con la tenacia della ruggine che molesta un ferro abbandonato; ogni respiro era un accordo faticoso, un sibilo che, nella quiete della bottega, boccheggiava e riecheggiava come il lamento di un vecchio bollitore. Ma la monotonia di quella mattina si infranse con la nettezza di un vetro spezzato. Un urto sordo, quasi liquido, come di carne che sbatte contro il legno, scosse la porta rivendicando uno spazio in quel tempio di pura meccanica.
Lo schianto propagò un fremito lungo i ripiani, scuotendo le articolazioni degli automi e facendo vibrare i cristalli delle bacheche con un gemito vitreo. Enea restò immobile, con il panno di daino sospeso a mezz’aria come un segnale di resa non ancora pronunciato.
I cardini gemettero sotto una pressione che non aveva nulla della cautela dei suoi rari visitatori; la porta cedette infine, spalancandosi su un rettangolo di luce livida che ferì la penombra dell’officina. Un refolo di aria gelida, carica dell’odore sintetico della strada, si incuneò tra gli scaffali, trascinando con sé il turbine di foglie d’acero che prima s’erano accalcate sulla soglia.
In quel varco si stagliò una figura che pareva masticata dalla stessa frenesia esterna e sputata all’interno della bottega: una donna avvolta in un cappotto troppo pesante per la sua struttura esile e troppo colorato per quel luogo di luce desaturata. Si fermò un attimo, per nascondere un bottone pendulo e luccicante che aveva creduto di potersi mettere in mostra. Quindi, varcò la soglia schiaffeggiando con i tacchi il pavimento di graniglia, mentre si trascinava dietro i lembi del cappotto che grondavano un’umidità densa e quasi oleosa.
Senza attendere il congedo del silenzio, avanzò verso il banco di mogano, con un’aura di febbre che spostò fisicamente l’afrore di verderame e stagno. L’asma di Enea sembrò farsi più acuta, un fischio compresso nel petto che cercava di competere con il respiro affannoso della nuova venuta.
La donna non parlò. Con un gesto lento ed estenuante, di chi deve deporre un ordigno, poggiò sul bancone un fagotto avvolto in un velluto così antico da aver smarrito ogni riflesso cromatico. Un urto muto, privo della risonanza metallica dei simulacri, mosse appena le ragnatele agli angoli del soffitto. Un rumore di materia che possedeva un cuore, o che almeno, un tempo, ne aveva ospitato uno.
«È l’unica cosa che resta», mormorò lei, e la sua voce raspò l’aria, cercando rifugio tra i bronchi d’ottone degli uccellini muti.
Enea scostò i lembi del velluto e la stoffa cedette con un fruscio polveroso, rivelando una testa di cera d’api d’una verosimiglianza intollerabile.
Davanti ai suoi occhi si coagulò una scena impossibile: un’anatomia rubata a un delirio, un volto di una donna dalle sembianze così perfette da sembrare una testa recisa, ancora tiepida di un’esistenza interrotta. La pelle di cera, di un pallore ambrato, conservava nei pori una sorta di sudore chimico, una trasudazione di segreti che quella bottega non era pronta a contenere.
Ma era sotto il mento che l’orrore reclamava lo sguardo. La gola appariva deliberatamente squarciata, una ferita netta che non esibiva muscoli o tendini, bensì un nodo di organi sonori d’argento e avorio. Un intrico di lamelle vibranti, ingranaggi microscopici e scappamenti di una complessità tale da ammutolire l’esperienza di Enea. Era un apparato fonatorio concepito da un folle, un incastro di metalli nobili che pareva pulsare di una volontà propria, un’arrogante pretesa di vita che la materia inerte non avrebbe dovuto possedere.
La bocca era spalancata, fissata in una tensione spasmodica, nell’atto di emettere un suono mai nato, un’ostruzione di silenzio secolare che premeva contro i denti di porcellana. Quella testa, paralizzata in una smorfia eterna, cercava un riscatto, un passaggio attraverso cui vomitare l’urlo che il suo creatore le aveva sigillato nel corpo.
Enea si avvicinò a quella gola violata, sfiorando appena una molla di platino che reagì con un gemito impercettibile, un riverbero del rantolo che gli abitava nel torace. In quel momento, il rigurgito bronchiale della sua asma e il mutismo della testa di cera si cercarono nella penombra della bottega, riconoscendosi come due metà di una medesima mutilazione.
«Non ha mai parlato», disse la donna, e la sua voce parve ora stemperarsi in quel vuoto meccanico. «Mio padre diceva che mancava il soffio.»
Enea sollevò lo sguardo. I suoi occhi, velati dalla stanchezza cronica, incontrarono quelli di vetro della testa. In quel frammento inquietante, egli vide finalmente la forma della propria attesa.
La donna si ritrasse senza una parola, come se il suo compito si fosse esaurito nell’atto stesso della deposizione. Indietreggiò con un movimento fluido, venendo risucchiata da quella bocca di luce che ancora tormentava l’officina. Per un istante la sua sagoma apparve incandescente, un’ombra nera erosa dai contorni del sole, poi la soglia la inghiottì. Il battente di legno si riaccostò con un lamento di cardini e un colpo secco, definitivo, sigillandosi come una barriera tra il dentro e il fuori. Quella fenditura sul mondo esterno svanì, lasciando che l’oscurità della bottega tornasse a condensarsi sopra Enea e sulla sua consegna.
Per giorni, il mondo si restrinse al perimetro del banco di mogano, sotto la luce cruda della lampada focale che faceva trasudare la cera. Enea tentò la via della perfezione meccanica. Approntò un sistema di mantici di cuoio di capretto, collegati a pompe di precisione che avrebbero dovuto simulare la capacità polmonare umana. Ogni giuntura fu sigillata con cera lacca, ogni tubo di rame lucidato finché non parve una vena pronta a pulsare. Ma quando azionò la macchina, il risultato fu un insulto.
La laringe d’argento produsse una nota sintetica e gelida che tagliò in due l’aria. Era un suono matematicamente esatto, ma privo di corpo; una parodia della voce che non possedeva né lo sporco dell’umidità bronchiale, né l’esitazione del desiderio. L’automa restava una spoglia, un giocattolo costoso che sputava aria morta.
La crisi esplose nella terza notte. Un attacco d’asma, più violento degli altri, colse Enea mentre fissava quegli occhi di vetro. Il petto divenne una gabbia di ferro incandescente; ogni respiro era un raschio di carta vetrata contro la trachea. Boccheggiando, Enea si aggrappò al tavolo per non cadere e, in quel parossismo di soffocamento, le sue labbra sfiorarono la ferita d’avorio della testa. Sentì, nel vuoto dei propri bronchi, l’eco del vuoto di quella gola. La macchina aveva bisogno del suo dolore per vivere. E lui aveva bisogno della macchina per esalare finalmente quel peso.
Enea smantellò i soffietti meccanici, i tubi di rame, le pompe sterili. Dalla scatola dei ferri estrasse un boccaglio di gomma vulcanizzata e un tubo flessibile, di quelli usati per le prime somministrazioni di ossigeno. Serrò i propri denti sul boccaglio di gomma. Innestò l’altra estremità del tubo al nodo di lamelle d’argento della sirena, penetrando in profondità in quella ferita d’avorio.
Era un cordone ombelicale a doppio senso, un ponte tra due urgenze speculari e feroci. La testa di cera reclamava il soffio per esistere, divorando con bramosia ogni atomo d’ossigeno; Enea cercava l’esalazione definitiva per smettere, offrendo i propri polmoni al vuoto. Si incontravano lì, in quel tubo flessibile, spinti da due necessità paradossalmente vitali.
Per spingere il fiato fin dentro il meccanismo, premette con forza una mano contro il proprio sterno, lì dove lo stridore dell’asma lo pungeva come un artiglio; voleva mungere il dolore fuori dai bronchi, svuotare gli alveoli e incanalarlo nel condotto. Più Enea svuotava il suo petto malato, più la testa di cera sembrava assorbire il suo calore.
Il metallo nella trachea della sirena iniziò a vibrare, sintonizzandosi sulla frequenza del suo rantolo. Le lamelle d’argento ora gemevano. Poi, il primo suono vero. Un canto liquido, una nota barocca e intensa che portava in sé l’odore dell’eternità di quella bottega, del catrame e della muffa sul panno di daino.
L’automa stava cantando la malattia di Enea. L’artigiano sentiva la vita scivolargli via a ogni ondata sonora; la sua vista si appannava, mentre la voce della testa si faceva sempre più chiara, limpida, celestiale. Era l’estasi del vuoto: lui diventava l’automa, e l’automa diventava lui.
Il canto della testa di cera cambiò. Ora era un mormorio cristallino, un diapason che sembrava vibrare nelle pareti stesse della bottega, tenendone insieme le fibre logore, quasi fosse diventata l’architettura invisibile di quel luogo.
Enea riaprì gli occhi, ma il mondo gli apparve filtrato da due lamine sottili. Sentiva la testa leggera, svuotata di ogni pensiero solido. Per la prima volta il fiato era pulito, privo di raschi e graffi, ma era un respiro cortissimo, un soffio fragile come carta velina. Non c’era più dolore. Davanti a sé, nella penombra, vide aprirsi finalmente il varco che aveva atteso per una vita intera: una fessura di silenzio assoluto, una feritoia di pura quiete. Senza opporre resistenza, Enea vi scivolò dentro.
Passarono giorni prima che la porta gemesse di nuovo. La donna varcò la soglia e trovò Enea sulla poltrona dietro il bancone, immobile. Pensava dormisse. O, forse, non pensò affatto. Il suo corpo sembrava ormai indistinguibile dagli ospiti muti che lo circondavano, un altro pezzo di materia inerte consegnato alla polvere di quel luogo.
Lo sguardo della donna si spostò sulla testa di cera. La smorfia spasmodica era sparita, la bocca non era più contratta in un urlo soffocato, ma sembrava il guscio di una melodia latente, finalmente capace di cantare. Avvolse l’automa nel velluto e lo strinse a sé per portarlo via.
Prima di uscire, allungò la mano e depose sul banco un piccolo mucchio di monete d’oro che tintinnarono sul mogano. Si avviò verso la bocca di luce della porta ma, a metà strada, si arrestò. Tornò sui propri passi, fissò per un istante le monete e, con un movimento d’istinto, ne riprese una, facendola sparire nella tasca del cappotto.
Il rumore dei tacchi tuonò sul pavimento per l’ultima volta, allontanandosi verso la strada. La porta si richiuse e la penombra tornò a rapprendersi su Enea.
Un nuovo invitato nel suo ricovero di idoli muti.
Gianluca Lovino (1975) vive a Bisceglie. Laureato in Fisica Nucleare e in Scienze dell'Alimentazione, è docente di Matematica e Fisica. Nella scrittura predilige la forma breve per raccontare personaggi illusi, schiacciati e tormentati dal tempo. Ignari protagonisti di un destino deciso da altri, o vittime di capricci incomprensibili, si muovono tra le pieghe di una realtà incrinata e i paradossi della logica. Sta ultimando la raccolta "La collezione di Jakub".
