«Perché si chiama così?»
«Per la fontana.»
«C’è una sorgente?»
«Se ne bevi un sorso ti fai pazzo. Dicono.»
Alessio teneva le mani sotto le cosce, come facevano le hostess sugli aeroplani. Non che ne avesse mai preso uno, ma lo aveva visto nei film. Le teneva là sotto per non aprire lo sportello e gettarsi dall’auto in corsa. Che non correva, in realtà. L’uomo al suo fianco guidava cautamente, tenendo gli occhi fissi sulla strada. Non lo guardava. Era arrivato al luogo dell’appuntamento, scendendo dalla macchina in maniera un po’ goffa, sbattendo la testa allo sportello, come se non sapesse muoversi in quell’abitacolo, e gli aveva porto la mano, un gesto d’altri tempi. Una mano grande, calda, gli aveva stretto la sua (più piccola, delicata) con una forza contenuta, a suo modo rassicurante. Gli aveva aperto la portiera, assicurandosi che entrambe le gambe fossero all’interno prima di richiuderla, ed erano partiti.
«Posso aprire il finestrino?»
«Ti dà fastidio l’aria?»
«Preferisco quella di fuori.»
L’uomo spense il condizionatore e abbassò i finestrini su entrambi i lati fino a metà. Erano sulla SP25 in direzione Porto Torres, ma allo svincolo svoltarono a destra verso le spiagge. Raggiunsero le pinete che fiancheggiavano Platamona.
«Tu ci hai mai bevuto?»
«Cosa?»
«Dalla fontana di Sorso.»
«Infilati lì» lo ignorò Alessio, «dove c’è l’oleandro bianco.»
«Non sembra una strada ufficiale.»
«Non lo è.»
Il sentiero era dissestato, si insinuava tra arbusti di mirto e, in più punti, la sabbia aveva creato avvallamenti. Si fermarono in un piccolo spiazzo senza macchine, sterrato, coperto da pini la cui chioma larga seguiva il vento. L’uomo parcheggiò sotto un albero e spense il motore, mantenendo le mani sul volante e lo sguardo sul cruscotto. L’aria profumava di resina, le cicale urlavano.
«Qui dentro?»
Non c’era un ordine implicito nel punto di domanda, l’inflessione era più quella di un’esitazione insopportabile. Alessio guardava di sbieco le mani dell’uomo, aggrappate allo sterzo, temendo che si staccassero ed eseguissero il pensiero successivo alle parole appena pronunciate.
«Preferisco di no» disse allungandosi frettoloso verso la maniglia dello sportello.
«Aspetta.» Le dita dell’uomo si posarono sulla coscia del ragazzo delicatamente, quasi stessero sfiorando una bolla di sapone, e si ritrassero subito, cercando conforto in quelle della mano sinistra, come se si fossero bruciate al fuoco.
«Non vuoi più?»
«Io… sì, tu?»
Si avviarono tra i pini, assordati dalle cicale. Non c’era un sentiero, Alessio si muoveva guidato dalle onde del mare che apparivano tra i tronchi. Giunti in prossimità della spiaggia, voltarono a sinistra, dirigendosi verso una vegetazione di ginepro e lentisco che formava una concavità. Alessio abbassò la testa per entrarvi e trattenne alcuni rami per far passare l’uomo, più alto di lui. Solo allora si accorse che l’altro aveva con sé uno zaino di incerata nera, da cui stava estraendo un telo largo, con le quattro teste di moro, di quelle che gli stranieri compravano sulle bancarelle del lungomare.
Si sedettero, uno accanto all’altro, entrambi tenendo le ginocchia tra le braccia, con lo sguardo che osservava il mare tra le bacche rosse e le foglie oblunghe. La spiaggia era di sabbia e pietre, stretta, rinchiusa tra scogli che parevano le nocche di un gigante intrappolato sott’acqua. Alessio ci andava spesso a fare il bagno nudo, non vi trovava mai nessuno. Poggiò le mani a terra, cercando di sentire la sabbia attraverso il telo. L’uomo rimase immobile e il ragazzo si sorprese ad avvicinare la mano a quei pantaloncini sconosciuti, color vinaccia, a toccarli con un mignolo. L’uomo sussultò, come se non avesse previsto quella possibilità.
«Credo che non dovremmo» disse; la sua voce si era abbassata, schiacciata da un velo di tristezza.
«Perché?» la domanda uscì dalle labbra di Alessio veloce, intrisa di sollievo e delusione.
«Sei giovane.»
«Pensavo volevi così.»
«Sì, ma…»
L’uomo finalmente si voltò a guardarlo: Alessio non riuscì a capire se quegli occhi chiari fossero tristi o compassionevoli. Il ragazzo infilò nuovamente la sua attenzione tra i rami del lentischio, come se lì in mezzo potesse trovare una risposta intelligente, o saggia, o semplicemente vera.
«Guarda» indicò l’uomo.
«Il mare è una tavola» osservò Alessio mentre il sole cominciava a distendervi una coperta dorata.
«No, lì» puntò ancora il dito l’uomo.
Alessio notò una cicala mimetizzata tra le foglie oblunghe.
«Sembra il muso di una rana mezzo addormentata» disse.
«Il caldo stimola il loro canto d’amore.»
«Sfregano le ali così forte perché c’hanno voglia.»
«L’organo stridulatore» lo corresse l’uomo. «Il suono è prodotto dalla vibrazione delle membrane a lamelle che hanno sull’addome, amplificate poi da camere d’aria. Le alte temperature rendono i muscoli del timballo più elastici e attivi, per questo adesso è così assordante.»
La voce dell’uomo aveva riacquistato sicurezza attraverso quella spiegazione scientifica. Gli occhi erano fissi sulla cicala, forse andavano oltre, al mare, le pupille tremavano leggermente. Alessio non riusciva a scorgervi la sfrontatezza dei messaggi sull’App di incontri, la padronanza ammiccante di frasi ambigue, la lingua che rispondeva affilata come una lama. Il fisico tonico era lo stesso delle foto condivise, ma la presenza non era quella che si era immaginato, che inizialmente lo aveva intimorito. Era quasi contento di questa scoperta inaspettata. Pensò che poteva avvicinarsi a lui e poggiare la testa sulla spalla. Lo fece.
«I tuoi lo sanno, di te?» chiese l’uomo inclinando a sua volta la testa.
«Mia madre sta impasticcata tutto il giorno.»
«Tuo padre invece?»
«Ci ha lasciati.»
«È andato via con un’altra?»
«Ha importanza?»
«Non so. Gli volevi bene?»
«Perché stiamo ancora parlando di lui?» si stizzì Alessio allontanandosi.
«Scusa.»
L’uomo avvicinò una mano alla spalla del ragazzo, che si era voltato di lato per nascondere il viso. Il contatto con la mano grande, sudata, gli fece irrigidire la schiena, ma si accorse subito che non era pesante né violenta, e i muscoli si rilassarono. L’uomo fece scendere le dita delicatamente lungo la curva, soffermandosi sui dossi delle costole. Arrivò fino alla coscia e si fermò lì, assumendo la posa protettiva di uno scudo antico.
«Non sembri quello di prima» disse Alessio senza voltarsi.
«Tutto questo è nuovo per me.»
«Non l’hai già fatto?»
«Tante volte, ma solo per finta. Creo un profilo sull’App, chatto un po’, immagino cose. Finisce lì.»
«E io che mi credevo chissà che.»
Ci fu il rumore sordo di un rametto calpestato. Alessio ebbe appena il tempo di avvertire i muscoli dell’uomo irrigidirsi prima di perderne il contatto col senso di un vuoto d’aria insopportabile. Trattennero entrambi il respiro, con le orecchie tese come quelle di un daino. Le loro teste si muovevano lentamente mentre gli occhi, silenziosi, saettavano in cerca di uno sguardo indiscreto, temendo un urlo di rovina avrebbe presto invaso il loro antro. Quando l’uomo gli afferrò il polso, Alessio si portò l’altra mano alla bocca, cercando di trattenere lo spavento; si calmò vedendo un sorriso rilassato che col mento gli indicava la direzione in cui una lepre, sbigottita, abbandonava una piantina di capsella a bordo pineta per cercare un posto più sicuro dove cenare.
«Vivevo come lei, alla tua età, nel terrore di respirare» riprese l’uomo. «Ho perso la verginità a trentadue anni, in maniera frettolosa, su un materasso buttato a terra in una casa in costruzione. Venni nelle mutande mentre ci baciavamo, tanto ero eccitato.»
«Mi sa che neanche vale, come prima volta» scherzò Alessio.
La pelle dell’uomo era molto bianca, leggermente arrossata sui polpacci, con una rada peluria bionda. Alessio avvicinò la sua gamba, più esile, scura di quasi venti estati al sole. Sentiva il bisogno di accarezzarlo. La sua mano destra abbandonò il proprio ginocchio e, con due dita, fingendo una camminata, si avvicinò a quella gamba straniera, facendosi strada tra i peli fini, quasi eterei.
«Perché sei qui?»
«Non so» fece spallucce Alessio, prima di tornare ad appoggiare la testa sulla spalla dell’uomo. «Mi andava. Tu perché?»
«Ho paura.»
«Di me?» Alessio provò a smorzare quella continua invasione nell’intimità.
«Vorrei tornare indietro, al mio io ventenne, dargli una scatola di preservativi e dirgli che il mondo è tanto e va visto tutto.»
«C’è brutta gente là fuori, magari ti andava male.»
«Magari sì» sospirò l’uomo. «Però mi è rimasta la nostalgia.»
Alessio alzò lo sguardo e osservò la peluria dei baffi castano chiaro, venata di grigio. Vibrava leggermente per gli sbuffi del naso. Avrebbe voluto avvicinare la mano e toccarla, sentire se le setole fossero morbide di un qualche costoso balsamo dal profumo di bergamotto, o già rese irrimediabilmente ispide dal sale del mare sardo che increspava i peli giovani e scuri del suo corpo.
«Ci ho bevuto solo una volta, alla fontana di Sorso» confidò stringendosi all’uomo con l’abbandono degli appagati, «prima di venire qua.»
Thomas è cresciuto sotto pini marini che guardavano il mare, e ora vive accanto a salici piangenti che sfiorano un fiume. Ha una pessima memoria, che rattoppa con valigie piene di foto e schedari sfondati dal ticchettio della tastiera. Ogni tanto prova a mettere in ordine la vita. Ha creato Oblò per scrivere meglio, e pubblica racconti su riviste online.
