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Meditazione VII

Di tutte le qualità che mi mancano, una memoria ferrea e ordinatrice, da perfetto bibliotecario, sarebbe infatti quella che più mi gioverebbe. Non avendola, mi limito a riportare faticosamente alla luce qualche rigo, sovente con l’aiuto di vecchie sottolineature. I segni lasciati a matita mi vengono in soccorso come farebbe una fotografia, nel ricostruire soprattutto ciò che si cela oltre l’inquadratura.

Come su un unico breve lembo di pergamena, le parole dei libri letti fino a oggi si adagiano l’una sull’altra, confondendosi in una sinfonia che mi è familiare quasi per istinto e che mi guida nel quotidiano. Quanto di irrazionale e di spontaneo vi sia nella fruizione artistica è materia per ben più alte professionalità; ma appare evidente come la letteratura eserciti la sua funzione anche oltre la comprensione — e dunque oltre la memoria — di chi ne usufruisce.

Da qualche parte dove si perde la memoria, sono convinto che resti una traccia indelebile. La si riconosce quando alcuni sentimenti, provati per la prima volta in vita, ci sembrano il calco di qualcosa già incontrato sulla pagina.

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Alla Giornata, di Silvio D’Arzo

All’improvviso dai sentieri dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane. Tutti alzammo la testa. E poi di due o di tre cani. E poi il rumore dei campanacci di bronzo. Chini attorno al saccone di foglie, al lume della candela, c’eravamo io, e i tre soldati, e qualcosa come sei o sette donne e anche più. E più in là, nell’ombra, ce n’era anche qualche altra, e il maresciallo e il ragazzo: e tutti quanti con gli occhi fissi sul sacco.

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Sorso, di Thomas Lehn

«Perché si chiama così?»
«Per la fontana.»
«C’è una sorgente?»
«Se ne bevi un sorso ti fai pazzo. Dicono.»
Alessio teneva le mani sotto le cosce, come facevano le hostess sugli aeroplani. Non che ne avesse mai preso uno, ma lo aveva visto nei film. Le teneva là sotto per non aprire lo sportello e gettarsi dall’auto in corsa. Che non correva, in realtà. L’uomo al suo fianco guidava cautamente, tenendo gli occhi fissi sulla strada. Non lo guardava. Era arrivato al luogo dell’appuntamento, scendendo dalla macchina in maniera un po’ goffa, sbattendo la testa allo sportello, come se non sapesse muoversi in quell’abitacolo, e gli aveva porto la mano, un gesto d’altri tempi. Una mano grande, calda, gli aveva stretto la sua (più piccola, delicata) con una forza contenuta, a suo modo rassicurante. Gli aveva aperto la portiera, assicurandosi che entrambe le gambe fossero all’interno prima di richiuderla, ed erano partiti.

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Il Ladro Dottore, di Vitaliano Brancati

Il ladro Dottore, in una località del centro della Sicilia, ha sparato con un cannone sui carabinieri.

Non si comprende come questo ladro abbia potuto nascondere un cannone agli occhi della polizia; ma io credo che in molte case di campagna, coperto di sacchi e abiti smessi, occultato da arazzi davanti ai quali vengono accesi i lumini nelle sacre ricorrenze, ci sia nascosto uno dei piccoli cannoni abbandonati dai tedeschi nella loro ritirata. Ho assistito in campagna a conversazioni fra brava gente nel corso delle quali un bambino veniva cacciato via a pedate come sciocco e impertinente per avere cominciato un discorso con le parole: «Il cannone nostro, papà…».

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in cammino verso la libertà, un racconto di marco bertoli

In Cammino Verso la Libertà, di Marco Bertoli

È stato licenziato senza cerimonie, con quattro frasi ben tornite, come ha dovuto riconoscere. Se l’è presa? No: ai guai a venire ha trovato risarcimento nella figura elegante che è convinto di aver ritagliato sulla grisaille dell’ufficio; nel gruppo di pochi figuranti allarmati, forse presàghi d’identico fato, atteggiando di subito la persona in un ponderato contrapposto.

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La Fede, di Luigi Pirandello

E don Angelino, già parato, col calice in mano, si fermò un istante, incerto e oppresso d’angoscia, su la soglia della sagrestia a guardare nella chiesetta deserta; se gli conveniva, così senza fede, salire all’altare. Ma vide davanti a quell’altare prosternata con la fronte a terra la vecchia, e si sentì come da un respiro non suo sollevare tutto il petto, e fendere la schiena da un brivido nuovo. O perché se l’era immaginata bella e radiosa come un sole, finora, la fede? Eccola lì, eccola lì, nella miseria di quel dolore inginocchiato, nella squallida angustia di quella paura prosternata, la fede!

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Il Medico di Castroreale, di Alberto Ferrante

In quella fredda notte, sono convinto che il dottor Mistretta non fu ridestato dai colpi battuti al portone. Benché avesse dedicato l’intero pomeriggio ai pazienti, e avesse perduto ogni partita a carte con il farmacista Ferraù, in quei minuti il medico vegliava ancora con occhio attento sulla scrivania. Sedeva forse nell’attesa che il giorno morente

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Morella, di Edgar Allan Poe

E allora, durante intere ore, io mi sedevo, fantastico sognatore, al suo fianco, immergendomi nella musica della sua voce, fino a che questa melodia, a lungo andare, si imbevesse di terrore; e un’ombra si stendeva sulla mia anima, ed io divenivo pallido, e tremavo internamente a quei sogni extraterrestri.

E così la gioia si mutava repentinamente nell’orrore, e l’ideale del bello diveniva l’ideale dell’orrido, come la valle d’Hinnom è poi divenuta la Gehenna.

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Un Cuore Senza Mercato, di Silvia Tortiglione

Io sono pieno di debiti. Guardalo, il mio cuore. Una polpa con le vene turgide e qualche strana crosta bianchiccia. È un poco annerito in alcuni punti, ma tutto sommato è un bel pezzo di cuore. Non puzza neanche. Di dieci punti ritiro che ho visitato, nessuno lo ha voluto acquistare. Ho visto gli addetti alla valutazione prendere il mio cuore, posarlo su una bilancina e borbogliare: «troppo pesante, troppo amore e troppo odio, troppo tutto, una brutta qualità».

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